Domenica 6 settembre

Come in terra, così in cielo. Più che mai nel caso di queste parole di Gesù, non è possibile coglierne il senso profondo se non alla luce del contesto in cui sono collocate. Più che mai con queste parole del Signore, alto è il rischio di strumentalizzarle. Solo un cuore evangelizzato, reso trasparente dal vangelo, può comprenderle in verità, assumerle in umiltà e metterle in pratica in carità. Questo cuore evangelizzato ha i tratti descritti dal contesto, appunto, in cui le parole sulla correzione fraterna sono incastonate: il capitolo 18 del racconto di Matteo.
Questo cuore a cui è chiesto ora anche di osare la correzione del fratello è innanzitutto il cuore di un piccolo, di un uomo che convertendosi ha scelto consapevolmente di vivere con un cuore di bambino in mezzo a un mondo che cerca la grandezza e il dominio. Questo cuore è poi un cuore che accetta di correggere sé stesso, di “tagliare” qualcosa di sé prima di voler “tagliare” via qualcosa dagli altri, sottomettendosi e assumendo la responsabilità che viene dalla matura consapevolezza di avere un’influenza – benefica o malefica – su ogni altro. Questo cuore è un cuore ricolmo di un’ostinata benevolenza e di una folle misericordia verso chi si smarrisce, avendo sperimentato su di sé l’amore del Padre che lo ha più volte rincorso, ritrovato e perdonato. Questo cuore è, infine, un cuore che non pone lui i tempi e le condizioni del perdono, ma resta incondizionatamente aperto e disponibile a credere che ci può sempre essere un infinito aldilà dell’offesa.
Solo con un cuore così – sempre bambino, sempre sottomesso alla libertà e al benessere dell’altro, e sempre coinvolto nello smarrimento altrui come fosse una propria ferita –, si può osare la correzione del fratello. Una correzione che ha un unico fine: sciogliere e non legare, scaricare da un peso che è insopportabile per entrambi, offensore e offeso, e non caricare del peso insopportabile della condanna.
Questo modo di agire si chiama correzione fraterna secondo il vangelo: essa non è una reazione all’offesa subita, ma è mossa dall’amore per il fratello.
Ma come praticare in questo modo evangelico la correzione fraterna, che ha spesso – come tutte le realtà audaci del vangelo – il sapore dell’impossibile? Tenendo, ancora una volta, lo sguardo fisso oltre noi, oltre il risentimento per il torto subito; uno sguardo aperto alle “realtà dell’alto”, che qui il vangelo chiama “cielo”. C’è un orizzonte più alto delle nostre meschinità, una realtà più profonda dei nostri risentimenti, rispetto alla quale il nostro vivere tra fratelli, che sanno farsi non solo del bene ma anche del male a vicenda, deve sempre misurarsi: il cielo, il “Padre nostro che è nei cieli”. Chiedere ogni giorno che la volontà di questo nostro Padre che è nei cieli sia fatta “come in cielo, così in terra” diviene, al momento della prova della correzione fraterna, preghiera di consapevolezza, esercizio di memoria che quella volontà è essenzialmente volontà di riconciliazione. Riconciliazione i cui effetti si riverberano ben oltre noi: “come in terra, così in cielo”. (Frate Matteo, Monastero di Bose)

 Lc 6,1-5

Un commento

  1. Trovo questa riflessione, chiarificatrice perché, chi può, nella nostra umanità, arrogarsi ol ruolo di correggere il fratello, se non chi ha fatto esperienza della propria fragilità.

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