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Togo: il card. Battaglia (Napoli) scrive una lettera aperta al mondo dopo l’incontro con una 13enne con l’Aids. “Un bambino abbandonato è una sconfitta dell’umanità”

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmailPrint3 Agosto 2026 @ 19:12

(Foto diocesi di Napoli)

“L’Africa non è il margine del mondo. È il luogo dove il mondo decide chi vuole essere. E finché ci sarà anche una sola Rebecca costretta a crescere senza padre, senza madre, senza cure, senza futuro, nessuno di noi potrà dirsi davvero al sicuro. Perché un bambino abbandonato non è una tragedia africana. È una sconfitta dell’umanità”. Lo scrive il card. Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, in una lettera aperta al mondo dal Togo, dopo l’incontro con Rebecca, orfana di tredici anni che vive con l’Aids, durante la sua missione africana.
Rebecca “ogni giorno percorre chilometri a piedi, attraversando i villaggi, per raggiungere il luogo dove può ricevere le cure che la tengono in vita”. Quando ha incontrato il cardinale non ha chiesto nulla né raccontato la sua storia, l’ha semplicemente abbracciato e poi ha pianto.
“Mi sono accorto che non stavo stringendo soltanto Rebecca. Stavo stringendo tutte le lacrime che il mondo non ha visto – osserva il card. Battaglia -. Ci sono abbracci che durano pochi secondi. E ci sono abbracci che continuano a vivere dentro di te molto tempo dopo essersi sciolti. Quello di Rebecca appartiene a questa seconda specie. Da allora continuo a sentire il suo peso sulle spalle. Non era il peso di una bambina. Era il peso dell’Africa. Noi siamo diventati bravissimi a guardare il dolore senza lasciarci ferire. Lo fotografiamo. Lo commentiamo. Lo condividiamo. Poi torniamo alla nostra cena”. Invece, da quando l’ha incontrata, il porporato pensa al salmo: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco”, ma sbaglia le parole: “Rebecca, il tuo volto io cerco. Non il volto della povertà. Non il volto dell’Africa. Non il volto delle statistiche. Il tuo. Perché finché la povertà ha un nome, possiamo ancora evitarla. Quando ha un volto, non possiamo più girarci dall’altra parte. Rebecca è il volto di milioni di bambini. È il volto di chi non compare nei telegiornali.
Di chi nasce nel posto sbagliato del mondo. Di chi continua a sorridere senza sapere perché il dolore lo abbia scelto così presto”. L’arcivescovo, ricordando che “noi diciamo spesso di cercare Dio”, si chiede: “Ma se Dio, oggi, avesse deciso di nascondersi negli occhi di una bambina africana? Se il luogo più vicino al cielo fosse proprio quell’abbraccio? Forse un giorno il Signore ci domanderà una cosa sola. Non quante chiese abbiamo costruito. Non quante parole abbiamo pronunciato. Ma se abbiamo saputo riconoscere Rebecca”.
In questi giorni il card. Battaglia ha visto anche un altro miracolo: “Ha il volto di donne che hanno scelto di consumare la propria vita perché altri possano continuare a vivere. Le suore. Le ho viste farsi madri di chi una madre non l’ha più. Sorelle di chi è rimasto solo. Famiglia di chi non aveva più nessuno da chiamare per nome. Non domandano a quale popolo appartieni. Non chiedono quale sia la tua religione. Non si fermano davanti al colore della pelle, alla lingua, alla malattia. Per loro ogni bambino è un figlio. Ogni uomo è un fratello. Ogni donna è una sorella. E in un continente che troppo spesso conosciamo soltanto attraverso le sue ferite, esse continuano ostinatamente a scrivere il Vangelo con il linguaggio più difficile di tutti: quello di una vita donata, giorno dopo giorno, senza rumore”.

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