Il Salmo 136 è il canto doloroso di chi ha patito deportazione, sopraffazione, violenza, ed è sì tornato, ma con l’anima lacerata. La versione che ne dette Quasimodo è applicabile alle nuove vittime della pazzia che alberga nell’umano di ogni tempo, quando tradisce la magnificenza che gli ha donato il Creatore. “E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, tra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento.” Sostituiamo ai salici: cedri, ulivi, baobab, e capiremo che il dolore non ha razza, lingua, religione!
(Salmo 136)
