Carissimi,
nel cuore di Gesù c’è la missione: Egli sceglie i discepoli e li invia perché diventino la continuità della sua opera. Nel brano di oggi, mi colpisce sempre molto uno dei principi ispiratori che troviamo alla fine del testo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Questo principio è straordinariamente liberante e rigeneratore: le cose più importanti della nostra esistenza, se ci pensiamo, le abbiamo ricevute gratis. Ne elenco solo alcune: il dono della vita, il dono di essere amati, il mistero del nostro corpo, il dono della fede. Quando ci riflettiamo a fondo, dobbiamo arrenderci a questa evidenza: abbiamo ricevuto tantissimo, e tutto gratuitamente.
Sant’Antonio ha riconosciuto questo immenso flusso di grazia nella propria vita, e per questo è diventato un uomo capace di donare tutto se stesso: lo vediamo nel pane condiviso con i poveri, nella Parola spezzata con la predicazione, nei percorsi di riconciliazione tra famiglie e fratelli in lotta. Sembrerebbe un percorso naturale: quando ricevi gratuitamente, diventa connaturale dare. Non dico “spontaneo”, perché in realtà ciò che abbiamo di spontaneo è l’istinto di trattenere, di conservare per noi…
Ritornando al Vangelo, Gesù sapeva bene che a noi non viene spontaneo dare, che ci è molto più facile “ricevere”. Eppure non si è fermato. Ha constatato che la grazia è un dono gratuito che non può essere trattenuto, e sulla base di questa fiducia ha costruito una vera e propria strategia per trasformarci in donatori, per farci diventare missionari.
La prima azione di Gesù è vedere le folle. In questo, i bambini ci fanno da maestri: loro hanno un bisogno vitale di essere visti da mamma e papà per fare qualcosa. Quando si sentono guardati, acquistano tutt’altra energia e la forza per fare un passo avanti, specialmente se quel canale è accompagnato da un sorriso. Ecco, è chiaro che Gesù non vede una massa indistinta: vede ciascuno dei presenti, ascolta il cuore di ognuno. E ciò che prova è compassione. Lo sguardo sulle folle lo muove innanzitutto dentro: Gesù non agisce per dovere, ma per amore viscerale.
Dice il Vangelo: “perché erano come pecore senza pastore”. Vede che non c’è nessuno ad accompagnarle; vagano disperse perché manca una guida capace di offrire un cammino attraente e coerente. Forse è proprio per questo che quelle pecore sono stanche e sfinite: a forza di girare a vuoto, senza una meta. Gesù le guarda con il cuore e percepisce esattamente il disagio che le blocca.
Davanti a questa sofferenza, Gesù rivolge un invito: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Innanzitutto orienta lo sguardo verso l’alto, a Dio, perché non c’è altro Padrone. Ma ci invita anche a pregare. E la preghiera è un’esperienza bellissima: è una richiesta perché vi siano altri operai, ma contemporaneamente è un’azione che scava e lavora il cuore di chi la pronuncia, rendendolo disponibile a diventare, a sua volta, operaio. Fra l’altro, Gesù non chiede di diventare preti o di rivestire professioni di prestigio, ma di essere “operai”: coloro che, semplicemente, realizzano l’opera di Dio.
Infine, Gesù chiama i suoi e li manda: hanno ricevuto gratuitamente e ora sono chiamati a donare nella gratuità. Ne chiama dodici, che sono la rappresentanza di tutti i discepoli, di tutti noi. Li invia a fare esattamente quello che ha fatto Lui. A noi sembra un’impresa impossibile, ma di fatto siamo resi capaci di prenderci cura dei cuori affranti, di essere medicina di riconciliazione e di offrire la purificazione dell’inclusione.
In un’epoca in cui ben poco è gratuito — spesso purtroppo nemmeno le relazioni —, accogliamo con fiducia questo invito di Gesù. Non temiamo di diventare missionari. In fondo, anche noi facciamo parte di quel “popolo sacerdotale”, quel sogno che Dio custodisce nel cuore e che ha rivelato a Mosè nella prima lettura.
