Cari fratelli e sorelle, stiamo vivendo un tempo intenso, ricco di feste di comunità e di sagre. Al centro di ciascuna di esse, lo sappiamo, c’è sempre l’esperienza del mangiare. Che si tratti di un ossetto, di un panino, di un piatto di pesce fritto o di bigoli, il solo parlarne ci fa venire l’acquolina in bocca e ci ricorda profumi deliziosi.
(2Tm 4,1-8; Mc 12,38-44)
Pensate che anche Gesù ha rischiato grosso pur di mescolarsi con la gente che mangiava e beveva. Gli avevano persino dato un nomignolo: lo chiamavano “mangione e beone”. Forse qualcuno usava queste parole per screditarlo, eppure Lui non ha mai condannato i momenti di festa, né li ha stigmatizzati. Anzi, ha scelto proprio la tavola per stare con noi.
Ma c’è di più: Gesù stesso ci dà da mangiare. Ogni volta che partecipiamo alla Messa, siamo invitati a nutrirci di Lui. Porto ancora nel cuore la gioia dei ragazzi che, qualche settimana fa, si sono accostati per la prima volta al Corpo e al Sangue del Signore. E ricordo gli occhi lucidi di un uomo che, dopo ben vent’anni, è ritornato a ricevere l’Eucaristia: mi ha confidato di essersi sentito rinascere, potendo finalmente comunicare in modo così intimo con il Signore Gesù.
Il Vangelo di oggi ci presenta il discorso che Gesù fa subito dopo aver sfamato una folla numerosissima con pochi pani. Egli parte da una necessità fondamentale della nostra vita – il mangiare – per portarci a una fame diversa. Oggi, allora, potremmo chiederci: io, ho fame? E di che cosa mi nutro?
Sappiamo che nel corpo è rischioso non mangiare, così come lo è mangiare troppo o male. Il cibo che Gesù ci offre è il pane: un alimento che ha in sé la caratteristica dell’essenzialità. E ci offre il vino, che porta il mistero della gioia e il sangue della sua passione. Gesù dice: “La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda”. È il nuovo nutrimento, proprio come lo era stata la manna nel deserto per il popolo d’Israele. Gesù ci alimenta con l’essenziale: la sua vita, la sua carne donata nell’incarnazione, e il vino del suo sangue versato per amore.
Quell’uomo e quelle donne che si erano seduti attorno a Gesù lo cercavano perché avevano mangiato quel pane e si erano saziati; forse ne volevano ancora. Lui, però, li conduce verso un altro alimento: la sua stessa persona. È Lui che sazia la nostra fame di senso, di vita, di amore. Una fame profonda, che non trova pace se non in Lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Gesù ci dice che è Lui l’alimento vero, il pane della vita per sempre.
A questo proposito, devo farvi una confessione. Quando vedo le patatine fritte, scatta in me qualcosa di irrefrenabile: non riesco a smettere di mangiarle! Eppure lo so bene che quello non è un vero nutrimento e che, se esagero, mi fa stare male.
Forse anche nella vita spirituale dovremmo stare un po’ più all’erta. Certo, anche nello spirito l’occhio vuole la sua parte, ma siamo chiamati a fare attenzione a ciò di cui ci nutriamo. Ci sono “patatine spirituali” che ci saziano sul momento ma ci lasciano vuoti, e c’è il Pane della Vita che ci nutre per sempre.
Il Vangelo si conclude con una promessa straordinaria: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Noi, in fondo, siamo fatti di ciò di cui ci nutriamo. E quando ci nutriamo di Dio, Lui rimane in noi, abita la nostra persona. Diventiamo letteralmente abitati da Lui.
Questa è la bellezza della nostra fede: la festa che iniziamo qui attorno all’altare continua nelle nostre comunità e nelle nostre relazioni. Se siamo abitati da Dio, ogni nostro incontro diventa un momento sacro. Chiediamo allora al Signore, in questa Eucaristia, di purificare i nostri desideri, di liberarci dalle illusioni che non nutrono il cuore e di farci riscoprire la gioia di essere una comunità che cammina, fa festa e si nutre dell’unico Pane che dona la vita eterna.

Bellissimo