Gesù aveva instaurato con i suoi un rapporto così prossimo, intimo e pieno di gioia, da comprendere bene quale smarrimento avrebbe causato la sua partenza. Per questo, con una cura quasi instancabile — proprio come fanno i genitori con i figli — si preoccupa di preparare i suoi discepoli affinché, quando arriverà l’ora, non siano colti alla sprovvista. Anche il brano evangelico di questa domenica pasquale è centrato su questo sentimento.
Sappiamo bene che, quando sperimentiamo l’abbandono, corriamo il rischio di perderci, di isolarci e di chiuderci nella tristezza. Oggi, però, vorrei che rivolgessimo la nostra attenzione alla gioia. Parlo dell’esperienza della gioia come dono: non un’emozione superficiale, ma un sentire profondo dell’anima.
La gioia, mi viene da dire, si percepisce quando non ci si sente soli, quando si intravede che ciò che viviamo ha un senso. Ci sono due esperienze che, a mio avviso, possono rappresentarla bene. La prima è quella dell’amore materno: quando la mamma è presente, quando ci invia i suoi segni, o persino quando ci rimprovera, viviamo un’esperienza che cura la solitudine e apre il cuore alla gioia. La seconda — forse meno immediata ma molto potente — è quella della preghiera, in particolare davanti all’Eucaristia. Rimanere in silenzio, lasciarsi guardare da Lui, calmare il cuore e mettersi in ascolto della Sua voce: è questa la scintilla che accende la gioia di sentirsi accompagnati, parte di un amore più grande. Molti di noi ricercano questo dono nell’adorazione e nella contemplazione e in questa settimana avremo una particolare opportunità nella comunità di San Filippo.
Custodendo queste due immagini, ascoltiamo le parole di Gesù: “Non vi lascerò orfani”. Sappiamo quanto sia terribile l’esperienza di perdere i genitori da bambini o in gioventù; Gesù conosce questa fragilità e ci dona una certezza: Lui è nel Padre e, con la forza di questo amore, ci garantisce che non saremo mai soli. Siamo “figli nel Figlio” (un tema che avevamo già accennato in Avvento e che ora ritorna con forza nella Pasqua): la nostra gioia si alimenta nel credere che siamo figli amati dal Padre in Gesù.
Non restiamo orfani perché ci viene inviato il Paraclito, che possiamo tradurre come il “Consolatore”. Avete presente quando un bambino piange disperato e sembra che gli stia crollando il mondo addosso? Ecco che, dopo un istante, nell’abbraccio della mamma si calma improvvisamente. Lo Spirito che ci abita ha questa stessa forza: sa calmarci, sa consolarci e ci indica un cammino laddove prima vedevamo solo buio.
Domenica prossima vivremo la discesa dello Spirito sui nostri ragazzi che riceveranno la Cresima e, con l’Eucaristia, raggiungeranno la pienezza della comunione con Dio. I Sacramenti sono la nostra consolazione: lo Spirito ci trasforma rendendoci capaci di amare come Dio ci ama e di entrare nella gioia della comunione con Lui.
Ringraziamo il Signore che ci offre questi sentieri per non sentirci mai soli e per sperimentare la gioia dell’incontro.
Per continuare a riflettere: Nelle volte in cui ho sperimentato la gioia, l’ho percepita come un dono che viene dall’alto, come un dono del Paraclito, il Consolatore?