Gesù si definisce il buon pastore che dà la sua vita per le pecore. Spesso ho potuto sperimentare di essere amato e accudito come un pastore fa col suo gregge: in parrocchia, a scuola, negli incontri di Ac. Dio è sempre stato presente senza abbandonarmi nei momenti in cui arrivava il lupo: si è preso cura di me, porgendomi una spalla su cui piangere, un amico con cui parlare, una guida a cui chiedere aiuto. «Un pastore che ama il suo gregge porta con sé l’odore delle sue pecore», mi ha sempre detto un prete a me caro. In fondo è ciò che Dio fa: amando è disposto a morire, anche per me che cado con le mie fragilità e imperfezioni. Non devo essere perfetto perché lui si prenda cura di me: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare» (Gv 10,16), dice Gesù ricordando la gratuità del suo amore. Non posso non chiedermi: come mi comporto quando la pecora fuori dal recinto non sono io? Quando qualcuno è fuori dal mio recinto, tendo ad accogliere o allontanare? In questo Vangelo, Gesù mi invita ad amare totalmente, come lui ha fatto e il Padre gli ha comandato.
Da Una vita ad alta frequenza
