A volte preferisco restare nelle mie zone d’ombra — quei piccoli egoismi in ufficio, i musi lunghi a casa o le scuse che mi racconto — perché la luce della verità mi spaventa, come se fosse un giudizio che mi inchioda. Ma oggi il Vangelo mi apre gli occhi: Dio non viene per condannarmi o farmi sentire sbagliato, ma per tirarmi fuori dai miei “carceri” mentali, proprio come ha fatto con gli apostoli. Fare la verità significa smettere di nascondermi dietro i “non ho tempo” o “è colpa degli altri”. Significa avere il coraggio di ammettere le mie fragilità per lasciarle guarire. Oggi scelgo di non aver paura della chiarezza: ogni volta che sono onesto con me stesso e con gli altri, permetto a Dio di abitare la mia vita e di renderla finalmente libera e luminosa.
(At 5,17-26; Sal 33; Gv 3,16-21)

Il passo del Vangelo è molto severo. Dio non ha mandato suo Figlio per condannare il mondo (cioè l’umanità), ma per salvarla per mezzo di lui. Ma chi non ha creduto in lui? A quei tempi i Giudei colleghi di Nicodemo, ma nei secoli successivi? E oggi? L’Evangelista riprende quanto ha anticipato nel prologo: Dio ha mandato la luce, ma gli uomini non l’hanno accolta; hanno preferito le tenebre perché le loro opere malvage rimanessero in ombra. E allora? Rimane il giudizio, esso pure demandato dal Padre al Figlio suo unigenito.