Siamo all’inizio della Quaresima: un tempo che ci viene offerto come un’opportunità preziosa per fare spazio all’incontro con Dio e alimentare la nostra vita spirituale. Mi piace immaginare questo tempo come un “allenamento”.
Abbiamo ancora negli occhi le emozioni degli atleti alle ultime Olimpiadi; ci hanno coinvolti e appassionati, ma sappiamo bene che dietro quei risultati c’è stato un tempo denso di preparazione: fatto di sogni, di obiettivi chiari, di regole rispettate, di molti «sì» e di altrettanti «no». Un equilibrio mentale e fisico che li ha portati sul podio o, comunque, a maturare un’esperienza di vita indimenticabile.
Anche Gesù si è preparato alla sua missione con un “allenamento” speciale, ritirandosi nel deserto. Il deserto è il luogo dell’essenziale, dove le forze vengono messe alla prova. Lì, Gesù ha confermato ciò che aveva ricevuto nel Battesimo. Se al Giordano la voce del Padre lo aveva proclamato «Figlio amato», nel deserto avviene quasi una “conferma” (una sorta di Cresima, potremmo dire) della sua identità: vivendo questo test, Egli prova a se stesso e al Padre di essere profondamente e fedelmente Figlio.
È lo Spirito a condurre Gesù nel deserto: è Dio stesso che lo spinge verso la prova. Ma attenzione: chi prende in mano la tentazione è il Nemico, il divisore. Dio permette la prova, ma non orchestra il male. Come chiediamo nel Padre Nostro: «non abbandonarci alla tentazione» o «non lasciarci entrare in tentazione». Sappiamo quanto sia fragile la nostra natura: davanti al rischio di cadere, chiediamo di essere sostenuti e liberati.
Gesù affronta diverse tentazioni, tutte introdotte da un ritornello insidioso: «Se tu sei Figlio di Dio…». La tentazione entra sempre così, insinuando un dubbio sull’identità. Il Nemico mette in questione ciò che Gesù ha ricevuto nel Battesimo. È la stessa strategia usata con Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden: «È vero che Dio ha detto… ?». Il tentatore distorce la realtà, mette in dubbio l’amore del Padre, spinge oltre il confine. Perché ricordiamocelo: quando dubitiamo di essere amati, siamo capaci di fare sciocchezze molto grandi.Le tre prove di Gesù parlano anche a noi: 1) La prima riguarda il pane, il bisogno materiale. Abbiamo bisogno di mangiare, di vestirci, di sicurezza. Ma Gesù ci ricorda che tutto, anzitutto, è un dono di Dio. Dobbiamo impegnarci, certo, ma senza dimenticare che la vita non dipende solo dai nostri sforzi, ma dalla Provvidenza. 2) La seconda è la tentazione di piegare Dio alla nostra volontà. «Gettati dal tempio, tanto Dio ti salverà», dice il diavolo. È il rischio di voler usare Dio, di ricattarlo, di dirgli cosa deve fare. Ma noi non conosciamo il cammino di Dio fino in fondo: a Lui dobbiamo fiducia, non pretese. 3) La terza è la seduzione del potere. Il diavolo offre a Gesù il dominio mondano in cambio di un atto di adorazione. Gli chiede di rinunciare a essere Figlio di Dio per diventare schiavo del successo. Ma Gesù chiude subito il discorso: non discute con il male, ma riafferma che solo a Dio spetta il culto. Solo in Lui è la nostra vera natura. Oggi, allora, la parola di Dio ci pone una domanda diretta: e noi, di chi siamo figli?
Che questa Quaresima ci aiuti a superare le nostre prove con la forza dello Spirito di Gesù. Chiediamo la grazia di confermare al Padre, ogni giorno, la nostra incondizionata fiducia nella sua volontà.

Lo Spirito Santo è, per così dire, il regista della vita umana di Gesù. Poco prima aveva certamente guidato lo stesso Gesù e il Battista nell’episodio del battesimo, fino a manifestarsi visibilmente a un certo punto; ora conduce Gesù nel deserto PER essere tentato dal Diavolo. L’intento dello Spirito è preciso: Gesù è vero uomo in tutto, fuori che nel peccato: soggetto quindi alla fame, alla malattia, alla stanchezza, ai sentimenti e anche alla tentazione; a tutte le conseguenze, fino alla morte, venute all’uomo dal peccato originale, come ben risulta dalla seconda lettura (Ai Romani, cap. 5).
Noi giustamente preghiamo: “Non abbandonarci alla tentazione”, chiediamo al Padre di averne il meno possibile, di darci le forza per resistere, ma non possiamo pretendere di non averne affatto: sarebbe come chiedere di essere esentati dalle conseguenze del peccato originale, quindi di non aver, noi, avuto bisogno del sacrificio di Cristo per salvarci.