Il male non si nasconde, lo vediamo continuamente spuntare in forme antiche e nuove a tutti i livelli, nella corsa alla prevaricazione, nell’indifferenza o ostilità verso i più fragili, nelle scelte egoistiche… Vediamo il male e lo condanniamo, osserviamo le ingiustizie e ci scandalizziamo. Ma se vogliamo essere discepoli di Gesù, il nostro compito non è quello di stare alla larga dal male, ma di curarlo. Dobbiamo immergerci nelle rovine dell’umanità, diventare “riparatori di brecce” e “restauratori di strade”. Gesù di fronte ai nostri errori non guarda da un’altra parte, ma ci risana attraverso i sacramenti. Non teniamo Gesù chiuso nelle nostre chiese, portiamolo nei luoghi dove ce n’è più bisogno. Facciamoci suo tramite perché anche alle orecchie di chi è ancora sordo giunga la sua voce: “Seguimi!”
(Is 58,9-14; Lc 5,27-32)

Il pubblicano (aveva in appalto l’esazione delle tasse per conto di Roma) Levi è da sempre identificato con il futuro evangelista Matteo. Chiamato da Gesù, prima di seguirlo definitivamente si congeda da colleghi, conoscenti ecc. con una grande festa, cui è invitato Gesù stesso. È chiaro che l’ambiente non era per lo più formato da persone dalla condotta ineccepibile. Alla critica dei Farisei il Maestro replica con la famosa risposta: come il medico non va dai sani, ma dagli ammalati, lui non va dai giusti, ma dai peccatori, perché si convertano. Il problema è proprio in quest’ ultima proposizione finale, sulla quale oggi diffusamente si sorvola. Diffuso infatti è questo pensiero: “L’uomo è per natura peccatore (sbagliato: Dio non l’ha creato peccatore!). Quindi Dio, che è buono, è “tenuto” ad aiutarlo, perché si possa salvare”. In questo modo l’uomo vive come il mondo lo fa vivere, senza alcun sostanziale sforzo di cambiamento, tanto la misericordia di Dio alla fine c’è comunque. E il “perché si convertano” dove va a finire?