Con la domenica di oggi, la terza del tempo ordinario, iniziamo la lettura quasi continua del Vangelo di Matteo che verrà poi sospesa all’inizio della Quaresima. La liturgia di oggi ci offre tutti gli elementi essenziali per introdurci anche al Vangelo di Matteo. Un’altra premessa che facciamo è che questa domenica, la terza di ogni anno, dal 2020 è stata dedicata da Papa Francesco alla celebrazione, riflessione, divulgazione della Parola di Dio. Allo scopo di far sì che il popolo di Dio abbia sempre più consapevolezza della Parola. Matteo regista, catechista, colui cioè che forma, istruisce i catecumeni che l’evangelista Marco, come formatore catecumenale, ha introdotto alla conoscenza di Gesù. Matteo si propone di approfondire la familiarità con l’insegnamento e l’esempio di Gesù, che presenta come maestro, a differenza di Marco dove Gesù è sempre in movimento, di corsa, quasi irrequieto. Matteo lo presenta sempre seduto come un Rabbi che insegna ai suoi discepoli. il Vangelo di Matteo è stato composto da Antiochia di Siria, è prevalentemente rivolto ai cristiani provenienti dal giudaismo, per cui abbondano i riferimenti all’Antico Testamento, soprattutto utilizzando il metodo di lettura della scrittura attraverso il Midrash, il testo che noi possediamo e che abbiamo in mano. Il Vangelo è scritto in greco e non dice chi è l’autore. Il nome Matteo non vi compare. I quattro Vangeli canonici infatti rigorosamente parlando sono anonimi. Essi riportano un’intestazione che deriva dalla tradizione. Per esempio nel caso di Matteo, già nell’anno 130, Papia, vescovo di Gerapoli, attuale Turchia, citato dallo storico Eusebio di Cesarea (siamo intorno al 300) scrive: Matteo raccolse le parole del Signore in lingua ebraica e ciascuno le interpretò come poteva, ma anche lo stesso Eusebio afferma: Matteo che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli, scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato. Così cercò di sostituire con lo scritto presso coloro dai quali si separava quello che si perdevano con la sua partenza. In chiesa noi sentiamo sempre prima della lettura del Vangelo la dicitura secondo Marco, secondo Matteo, secondo Luca, secondo Giovanni. In greco quel “secondo” sarebbe la parola “katà” che la traduzione italiana appunto traduce con “secondo”. Però letteralmente significherebbe alla “maniera di” per cui avremo il Vangelo alla maniera di Matteo, alla maniera di Marco, oppure si potrebbe anche dire il Vangelo secondo la prospettiva di Matteo, di Marco, di Giovanni. Già questa intestazione è un avvenimento, una messa in guardia, stare attenti, perché ci troviamo di fronte a quattro prospettive diverse, a quattro punti di vista differenti. Matteo fa iniziare la predicazione di Gesù in Galilea. Lo sentiremo oggi, letteralmente Galilea: la curva o il cerchio. Secondo l’etimo del nome: la “curva del Goim” oppure la regione dei Pagani o il distretto delle genti. Si tratta della Regione incuneata tra la Samaria e la Fenicia, tra il mare Mediterraneo e il Giordano. Siamo dunque lontani dalla sacralità di Gerusalemme, dove si consuma il destino dei profeti. Siamo in una periferia in cui il clima è del tutto diverso e migliore che non in Giudea. In primavera i prati si ricoprono di fiori e diventano il paesaggio ideale per qualche scena del Cantico dei Cantici. Un territorio la Galilea che la stessa religione considerava alla stregua di una Regione pagana tanto che era indicata con l’espressione dispregiativa, appunto Galilea delle genti, confusione dei Pagani. Gesù quindi comincia il suo ministero in territorio pagano, va alla ricerca dei lontani, incontrandoli a casa loro. E allora leggiamo il testo che dice così: “avendo udito poi che Giovanni era stato consegnato, si ritirò nella galilea e avendo lasciato Nazareth, essendo venuto, abitò a Cafarnao presso il mare, in confine di Zàbulon e di Nèftali”. Traduzione un pochino più letterale: quando si dice che il Battista “è stato consegnato”, usando il verbo “consegnare” si vuole richiamare la vicenda della passione di Gesù. Gesù “si ritira”, il verbo è proprio anacoreo, ed è tipico dell’evangelista Matteo che è sempre in relazione a un pericolo da evitare, per esempio anche i Magi si ritirano per un’altra strada. In questo caso il pericolo è costituito dall’ostilità di Erode Antipa che sarà poi il responsabile della morte di Giovanni. Ma l’azione del ritirarsi risponde innanzitutto al disegno di Dio di portare a compimento l’annuncio del profeta Isaia. L’intenzione di Matteo quindi è quella di stabilire il punto di partenza e il centro dell’attività di Gesù in una regione che sebbene fosse collegata a una promessa di salvezza non era considerata dal Giudaismo come luogo dove si sarebbe rivelato il Messia. Questo aspetto verrà interpretato dagli avversari di Gesù come argomento contro la sua pretesa messianica. Glielo diranno: tu sei un Galileo. Dal punto di vista strutturale il passo ricorda pure il ritorno di Giuseppe e la sua famiglia dall’Egitto. Cafarnao il luogo dove va a dimorare Gesù diventa in qualche modo la sua seconda patria, lì resta tutto il Vangelo fino al capitolo 18, quando poi esce da Cafarnao comincia il viaggio a Gerusalemme, che in Matteo dura poco e poi muore. Cafarnao è una città sul mare cioè sul lago di Tiberiade chiamato mare, lì Gesù chiama i primi apostoli. La zona di Nèftali è una zona molto popolosa e molto fertile. Giuseppe Flavio dice che il più piccolo dei paesi contava almeno 15.000 abitanti e in questi territori abitavano i due figli di Giacobbe. Nell’Antico Testamento Zabulon e Neftali che vengono nominati espressamente perché poi dice così: “si adempie la profezia”. Quella zona oppressa dal Re Assiro nel 733 a.C. è chiamata zona di oppressione. Per questo Isaia profetizza la libertà di quella zona. Era zona di confine, di commercio. Quindi c’erano tanti Giudei e tanti Pagani. Parlavano l’ebraico e spesso anche il greco ed è il luogo giusto per l’inizio del ministero di Gesù. Mentre Luca, che è pagano, sottolinea l’andare a Gerusalemme che è fondamentale per un pagano inserirsi dentro Israele. Matteo che è un Giudeo sottolinea che bisogna andare ai Pagani. E’ chiaro che Gesù inizia il suo ministero in una zona semi pagana. Potremmo chiederci: perché Gesù ha preso le distanze (non molte per la verità), perché Cafarnao è anche molto vicina a Nazareth. Perché ha preso le distanze rispetto al suo paese. Sappiamo che quando ci è andato, lo vedremo al capitolo 13, l’hanno cacciato via. Quindi non voleva essere cacciato via subito. E’ interessante anche questo. E poi continua affinché si adempisse la cosa detta per mezzo di Isaia, il profeta, dicente: “terra di Zàbulon e terra di Nèftali, via del mare al di là del Giordano, Galilea delle genti. Il popolo sedente in tenebra, una luce vide grande. E ai sedenti in Regione e ombra di morte, luce sorse per loro”. La citazione di Isaia 8 è collegata con il trasferimento di Gesù a Cafarnao. Viene così completata la serie di citazioni che accompagnano l’inizio del Vangelo di Matteo. Almeno cinque, il cui riferimento geografico riguarda il disegno della salvezza. Come nei casi precedenti Matteo rielabora il testo da citare in funzione del suo piano teologico. Infatti invece di dire come dice Isaia capitolo 9: “brillò” dice invece “una luce è sorta”, che si collega al racconto dei Magi e all’oracolo del profeta Bala, scritto nel libro dei Numeri. Isaia parlava del popolo che camminava nelle tenebre, Matteo preferisce dire che il popolo abitava nelle tenebre. L’evangelista adopera intenzionalmente questo testo per dare inizio all’opera di liberazione del Messia, uno dei cui compiti sarà proprio aprire gli occhi ai ciechi. E continua Matteo: da allora Gesù cominciò a predicare e a dire cambiate mentalità. Infatti si è avvicinato il Regno dei cieli, proclamate, non predicate dice il testo. La differenza tra predicare e proclamare è grossa. Predicare è una cosa noiosa per chi la ascolta. Proclamare invece è dire un fatto, dire qualcosa che è accaduto pubblicamente. Uno dice: sta capitando questo, c’è da fare questo. Cambia cioè il tuo modo di pensare. Ecco questa conversione: convertitevi cambiate mentalità, perché è vicino Il Regno dei cieli, cioè il Regno dei cieli sta per Dio. Il Regno dei cieli si è fatto vicino, il verbo direbbe proprio questa vicinanza. Quindi vuol dire che è arrivato questo Regno. Non è in cielo è qui. Continua poi Matteo: camminando poi verso il Mar di Galilea vide due fratelli, Simone detto Pietro e Andrea il fratello di lui, gettanti reti nel mare, erano infatti pescatori. L’incontro con i discepoli viene descritto con una sola azione. Gesù vede. Lo stesso verbo che nel racconto della Genesi manifestava lo sguardo positivo di Dio di quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto buona. Ugualmente Gesù vede i due fratelli, Simone e Andrea. Matteo insiste su questo vincolo di fraternità, forse l’espressione allude al profeta Ezechiele capitolo 47, dove la futura spartizione della terra promessa si sarebbe attuata in funzione dell’uguaglianza dei membri delle tribù di Israele. In questo senso anche il Regno di Dio è patrimonio di tutti i membri della comunità. I nomi Simone e Andrea sono di origine greca e dimostrano l’appartenenza dei due fratelli a una cerchia giudaica non troppo ristretta. Simone è conosciuto, nel suo ambiente, con il soprannome di Pietro, la pietra. Il che indica un carattere testardo e una personalità con marcate aspirazioni al comando e dice loro: venite dietro a me e farò voi pescatori di uomini. L’invito a seguire Gesù è in vista di una missione: essere pescatori di uomini. L’evangelista forse si ispira anche qui ad un’immagine allegorica del profeta Ezechiele che parla di pesca abbondante, di pescatori posizionati sul torrente che sgorga dal tempio di Gerusalemme. Quando dice sulle sue rive vi saranno pescatori, vi sarà una distesa di reti, i pesci secondo la loro specie saranno abbondanti come i pesci del mare grande. Quindi i discepoli potranno adempiere questo compito soltanto dopo essere stati preparati da Gesù. “Vi farò”, non più lo studio della torah, ma il lasciarsi istruire per dedicarsi ad un’attività concreta. Restituire la vita all’uomo, è questo il significato dell’espressione che Gesù adopera per indicare la missione a cui i discepoli sono chiamati. Mentre il pescatore è solito prendere il pesce, quindi togliendolo dal suo ambiente vitale, quindi facendolo morire. Il discepolo in quanto pescatore invece, deve togliere gli uomini dalla sfera di morte per portarli nell’ambito della vita del Regno. Questi allora, subito, hanno lasciato le reti, seguirono lui senza porre condizioni o chiedere spiegazioni. I due fratelli accolgono l’invito. L’avverbio “subito” esprime l’atto immediato, di lasciare le reti, di seguire Gesù. Ciò si spiega a causa della straordinaria attrattiva della proposta, che richiama quanto il profeta Ezechiele dice sempre al capitolo 47: “sulle sue rive vi saranno pescatori, vi sarà una distesa di reti, i pesci secondo la loro specie saranno abbondanti”. L’adesione alla persona di Gesù e al suo programma comporta una rottura radicale con la vita precedente. E poi continua: “ed essendo andato oltre, al di là, vide altri due fratelli Giacomo figlio di Zebedèo e Giovanni il fratello di lui, e la barca, con Zebedeo il padre di loro. Aggiustate le reti chiamò loro.” Qui l’evangelista introduce qualche elemento nuovo: la figura del padre rappresentante l’autorità che tramanda una tradizione, condizione indispensabile per seguire Gesù, e l’abbandono dei vincoli paterni in modo da riconoscere l’unico padre. Dice i nomi Giacomo e Giovanni nettamente ebrei come il nome Zebedeo. Accennano a un gruppo di persone che appartengono ai circoli giudaici più legati alla tradizione. Questa seconda scena richiama lo schema della vocazione di Eliseo da parte di Elia. Si riprende la missione profetica che sarà una delle caratteristiche principali della comunità cristiana. Un pensiero per oggi: in che cosa consiste il Regno di Dio. Certo sono tanti i passaggi evangelici che descrivono questo Regno e ci indicano le modalità di appartenere o meno. Modalità che credo siano ancora oggi valide. Forse ciò che manca è da una parte la consapevolezza che questo Regno è già in mezzo a noi e dall’altra di conseguenza il desiderio di appartenervi. Fin da ora cercare il Regno abitare il Regno vivere il Regno annunciare il Regno riconoscere il Regno è il senso ultimo dell’esistenza terrena di ogni credente, di chi ha il coraggio e la lucidità costante di lasciare le reti che lo imprigionano nelle dinamiche dei regni terreni, nei fili intrecciati di potere gloria e denaro. Reti che aggrovigliano tutti dal più piccolo al più grande, che come tenebre ricoprono ogni luogo di istituzione ma che indipendentemente da noi non potranno mai prevalere sulla luce che rifulge. Forse è questa la bellezza della nostra speranza. Il Regno non è di questo mondo e il mondo non può né distruggerlo né tantomeno eliminarlo.

Quest’anno la terza domenica del tempo ordinario si sovrappone alla memoria della Conversione di san Paolo. Essendo ovvio il rilievo che questa ricorrenza ha per il credente, va tenuto presente che la conversione del giovane teologo fariseo estremista Saulo è uno di quei fatti che hanno cambiato la storia del mondo.
Mi sia permessa una nota personale. Il 25 gennaio compiva gli anni mia madre, che era orgogliosa di avere il suo compleanno in un giorno così importante per la Fede.