Gesù oggi ci provoca profondamente con una parabola tremenda: due uomini, due storie diverse, con un linguaggio molto “laico” potremmo dire due destini diversi, uno ricco e l’altro povero. Mi viene subito da chiedere cosa pensiamo di chi è ricco e di chi è povero. Davvero sono condizioni che rispecchiano le capacità, le virtù, l’adeguatezza di una persona? Ci sono ricchi che non si sono guadagnati un centesimo nella vita, hanno ereditato ciò che hanno e possono goderne senza meriti; ci sono ricchi che hanno raggiunto il loro stato attraverso quella furbizia che danneggia il prossimo, un cinismo che schiaccia chiunque si ponga tra loro e l’obiettivo del loro egoistico benessere; e ci sono ricchi che hanno guadagnato ciò che hanno e che sono e vivono questo mondo da uomini! Parimenti ci sono poveri che, a causa della loro fragilità umana, hanno perso tutto; poveri che non hanno mai imparato a fare i conti con la loro ipersensibilità e sono caduti nelle trappole dei vizi e delle dipendenze; poveri che hanno perso tutto perché volevano troppo; e poi ci sono poveri che arrivano a malapena a fine mese ma quel niente che hanno è frutto dei loro sacrifici e della loro dignità. I poveri sono spesso scontrosi, poco piacevoli, arrabbiati.. e lo sarei anch’io se fossi nella loro condizione. Ma allo stesso modo ci sono anche ricchi arroganti e maleducati, senza rispetto per nessuno perché nessuno è alla loro altezza!?
Gesù prende ad esempio un ricco è un povero del tempo, e queste condizioni allora erano dettate da uno stato sociale che si ereditava e poco aveva a che fare con uno spessore umano e professionale. Il ricco Epulone raccontato da Luca era troppo impegnato nelle sue faccende per accorgersi di Lazzaro che soffriva la fame della miseria più nera. Si accorgerà solo dopo la morte.. e sarà troppo tardi! L’estremo giudizio finale di questo Vangelo, che sembra non lasciare spazio alla proverbiale misericordia di Gesù, è dettato proprio dal realismo con il quale rispecchia la nostra vita: non sappiamo quando chiuderemo definitivamente gli occhi alle meraviglie di questo mondo e, ciò che non siamo stati e non abbiamo fatto, non potremo più recuperarlo. Da qui l’invito accorato ai farisei ai quali si rivolge il Maestro: convertite il cuore verso coloro che vi vivono accanto perché domani forse sarà troppo tardi! Il ricco epulone non ha tempo per la compassione, per l’attenzione al povero Lazzaro, neppure per offrirgli la dignità di un piatto avanzato ma dato con amore.
Credo che dobbiamo interrogarci anche noi oggi. È tempo di vivere una compassione che si fa scelta responsabile verso coloro che si affacciano alla nostra vita. Siamo ricchi epuloni quando non rispettiamo il lavoro altrui con stipendi inadeguati ai tempi che viviamo; siamo ricchi epuloni quando compriamo e sprechiamo in nome di mode e capricci, senza calcolare che parte dei nostri profitti possiamo invece usarli per aiutare chi davvero ne ha bisogno (e le vie sicure per aiutare oggi sono molteplici); siamo ricchi epuloni quando viviamo progettando il nostro benessere volontariamente estranei alla realtà che ci circonda, preoccupati solo di noi stessi e dei pochi famigliari che abbiamo, senza guardare mai fuori dal recinto di casa nostra. Siamo ricchi epuloni anche quando non ci ribelliamo alla scelta violenta di questo tempo che torna a pensare che il male si vinca ri-armandosi e bombardando senza criterio il nemico. Il crimine di Israele sui palestinesi oggi o la prepotenza della Russia sull’Ucraina ma anche l’atteggiamento dell’America e il silenzio dei nostri governanti come quelli di tanti altri, ci pongono dalla parte opposta dei Lazzaro che sono uccisi, schiacciati e impoveriti dalla logica del più forte e dell’interesse personale. Siamo ricchi epuloni quando accettiamo silenziosi e disarmati lo stigma del colore della pelle o della provenienza geografica e sociale. Essere dalla parte di Lazzaro significa mettere l’uomo al primo posto, sempre e comunque, assicurare la possibilità a tutti di vivere dignitosamente, adottando serie politiche di condanna e punizione verso chi danneggia il bene comune, chiunque esso sia, ma dando la possibilità a tutti di costruirsi una vita indipendente e dignitosa. Essere dalla parte di Lazzaro significa cercare politiche abitative che permettano a tutti di avere un tetto sopra la testa, e di poterselo permettere attraverso il proprio lavoro.
Ma una riflessione la dobbiamo fare anche come comunità cristiane: una pastorale che non tiene conto dei più deboli non è una pastorale evangelica! Il rischio di gruppi chiusi, impegnati ossequiosamente nelle proprie attività e dinamiche ma che non sanno allargare i propri orizzonti e non sanno accogliere le nuove sfide che questo tempo e questo mondo ci presentano, è il tradimento più grande della missione che Gesù ha affidato alla chiesa. Non abbiamo bisogno di parrocchie autoreferenziali e di proposte anacronistiche e nostalgiche di un periodo storico che non c’è più. Abbiamo bisogno di comunità profetiche, che mettano al centro la conoscenza di quel Vangelo di Misericordia e cura del prossimo che Gesù stesso ci ha trasmesso con la sua esperienza terrena. È una sfida grande ma che, come sottolinea con forza e determinazione Gesù oggi, non può essere rimandata a domani, perché domani potrebbe essere tardi per noi e per coloro che hanno bisogno di noi.
Lazzaro è alle nostre porte.. basta discostarci da noi stessi, alzare la testa dai nostri progetti autoreferenziali, per vederlo e vedere dove Gesù ci chiede di testimoniarlo e portarlo come pane spezzato per tutti, come Maestro che lava i piedi anche a chi è infedele.

Come già sottolinea il commento, tema principale delle letture di oggi è la sorte di chi gode nella vita di ricchezze e piaceri rimanendo indifferente alle condizioni di poveri e infelici. Nel passo del profeta Amòs i primi pagheranno il fio già in questa vita: saranno i primi ad essere deportati e cesserà “l’orgia dei dissoluti”(nella vecchia traduzione “orgia dei bontemponi”). Nella parabola del ricco epulone (propriamente “colui che vive banchettando lautamente”) la punizione è nell’altra vita. Giustamente Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi (cap. 45-46) ha precisato che il ricco non sta subendo la pena eterna (oltre tutto se fosse all’inferno non avrebbe premura per la salvezza dei suoi parenti, ma caso mai il contrario); egli invece sta purgandosi dal suo egoismo e dalla sua chiusura difronte a chi ha bisogno. E altrettanto giustamente la nuova traduzione non dice più “nell’inferno’, ma “negli inferi”: noi diremmo “nel mondo di là”. In sostanza questa parabola si aggiunge a quei passi della Scrittura, dai quali, come dice ancora il Papa-teologo, ha preso avvio lo sviluppo, nella Chiesa occidentale, della dottrina del Purgatorio.
Trovo molto bello e consolante il fatto che al povero venga finalmente resa giustizia.
Il detto:” accetta il tuo stato che andrai in Paradiso” non può essere assunto come motivo per accettare la povertà, molto spesso effetto di ingiustizia .
E noi cristiani non possiamo accettare l’ingiustizia.Il regno di Dio è già in noi e ci spinge, dobbiamo solo tenerlo presente nella nostra quotidianità.