Chissà se i lavoratori chiamati dal padrone della vigna alle cinque del pomeriggio avevano l’aria degli scansafatiche, per cui nessuno li aveva presi prima. Eppure questo padrone dà fiducia anche a loro e percepiamo che fosse andato proprio a cercarli, per dare a tutti la possibilità di lavorare.
Così anche per noi: il Signore non ci scarta a priori, viene a cercarci per accoglierci così come siamo, per dare a ciascuno uguale dignità e l’opportunità di essere suoi collaboratori nella storia.
A quel punto la sfida è di non provare invidia: da un lato per un compenso che è valutato secondo la misericordia del Signore, dall’altro perché Lui chiama anche quelli che non riterremmo degni di entrare nella vigna.
(Mt 20,1-16)

Ricordo che questa parabola ci lasciava un po’ sconcertati già quando eravamo bambini: “Come, questi che non hanno fatto niente tutto il giorno prendono come quelli che hanno faticato ore e ore!”. Ma anche da adulti siamo portati a includere la parabola tra quelle che possono urtare la nostra mentalità (vedi p. es. quella del giudice iniquo o dell’amministratore disonesto). E’ ben vero che la si può rendere comprensibile con l’argomento che “I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri”, o più semplicemente vedendoci un esempio della misericordia del Signore. Ma la parabola in realtà non urta la normale logica. Qual è la ricompensa che riceve chi ha lavorato per il regno di Dio? Evidentemente la salvezza. E questa non può essere divisa in modo che uno ne riceva una parte proporzionata alla durata del suo impegno: o si sarà salvi o no. Quindi anche quelli della dodicesima ora è giusto e ragionevole che ricevano l’intera paga.