Nelle intense letture di questa domenica di Agosto, anche se può sembrare riduttivo farlo, ma mi soffermo ugualmente su un’immagine che il Vangelo ci offre e ritengo da sempre essere un caposaldo a cui fare riferimento per la mia vita. Gesù chiede di essere pronti con la cintura ai fianchi e la lampada accesa. Per comprendere cosa volesse dire, serve capire cosa era la cintura a quel tempo e cosa rievoca la lanterna accesa. La cintura era usata per lavorare, per tenere strette le vesti e come appiglio per gli arnesi in alcuni lavori artigianali, come oggi per elettricisti, muratori o altri manovali che si attaccano la sacca con dentro attrezzi utili per ciò che stanno facendo. Essere pronti con la cintura ai fianchi significa essere operosi, sognatori dalle mani sporche e i vestiti comodi. La lanterna accesa invece è riferimento per altri, dice presenza che attende per accogliere, dice disponibilità. La lanterna accesa è un riferimento che spezza il buio della notte e genera fiducia, riaccende la speranza, rompe il senso di solitudine o abbandono. Gesù ci chiede di vivere così: operosi e accoglienti, perché nell’operosità troviamo il senso del nostro essere e nell’accoglienza doniamo speranza e vita e allo stesso ce ne arricchiamo. Ciò che mi commuove è il pensiero che Gesù, trovandoci così alla fine dei nostri giorni, si metta a nostro servizio come fece con i discepoli nell’ultima cena, lavando loro i piedi. Spesso, in qualche funerale, ho usato questo vangelo per dire come l’eternità che si apriva di fronte alla persona defunta, sarebbe stata una eternità segnata dall’amore dato che sarebbe tornato a lei direttamente dalle mani di Gesù, che fa sedere a tavola e serve Lui stesso da mangiare. Bello pensare che non ci chiede altro che ciò che vorremmo anche noi da noi stessi: una vita ricolmata di gioia nel sentirci utili e una vita luminosa che sa donare luce agli altri.
Nella seconda lettura, San Paolo ricorda la fiducia in Dio che mosse Abramo e che lo ricolmò di beni e lo stesso la Sapienza nella prima lettura ci ricorda come la speranza che il popolo ripose in Dio (seppur macchiata di tanti momenti di allontanamento e di tradimenti a causa del limite umano) fu ripagata dall’adempimento di ogni promessa.
In un tempo dove il consenso è salito sul podio delle cose più importanti, la Scrittura ci ricorda che, più che il consenso, è l’operosità amorevole e gratuita che dona pace alla nostra vita. Quel darci non per essere riconosciuti e ringraziati, non per fare le scalate sociali o aziendali, non per ricevere riconoscimenti pubblici ma semplicemente per la fiducia in Dio che ci chiede di essere seminatori di Vita, anche quando questo ci pone controcorrente verso tutto e tutti, diventa il senso ultimo di ogni nostro agire ed è ciò che solo può dare pace al nostro cuore. Come tante mamme che si fanno in quattro per i figli, o papà che da veri uomini, nel nascondimento come San Giuseppe, fanno la loro parte preziosa e importante; come tanti nonni che si “godono” la pensione occupandosi dei nipoti e sono riferimenti ancora unici per figli che a fatica riescono a mettere insieme sogni e realtà; come tante persone che anche oggi riescono a trovare tempo prezioso per impegnarsi gratuitamente per gli altri, per tenere vive le attività di sostegno o anche solo di aggregazione libera e preziosa contro il male della solitudine.. Ci sono tanti esempi bellissimi e preziosi di vite che non hanno mai sciolto la cintura dai fianchi e non hanno mai lasciato spegnere la lanterna che avevano tra le mani, e sono quelle che fanno la differenza oggi, che cambiano il mondo perché rendono migliore quella porzione di realtà che vivono ogni giorno. “Dov’è il vostro tesoro là sarà il vostro cuore” dice Gesù ed è bello vedere che per molti ancora il tesoro non è un bottino personale e privato ma è un bene condiviso, è la gioia del condividere, è l’amore nel dare. Credo che oggi più che mai non dobbiamo smettere di promuovere questo stile perché, come ci dice il Vangelo, non solo semina un Bene più grande di quello che possiamo immaginare, ma anche perchè fa bene a chi lo fa ed è la risposta a tante domande di senso che cercano pace in maniera caotica o superficiale.
Ringrazio Dio delle tante testimonianze di vita operosa e capace di generare speranza e che diventano contagiose attraverso la pace e la luce che emanano. Chi riesce a vivere servendo per amore e con amore, non ha tempo di sparlare degli altri, di impicciarsi degli affari loro senza prendersene cura, di cercare consensi o riconoscimenti superficiali e questo li rende contagiosi e significativi. Questo, usando le parole di Gesù, fa scaturire anche da noi quel “Beato loro” che diventa poi cammino per diventare “Beati” anche noi!
Sap 18,6-9 Sal 32 Eb 11,1-2.8-19 Lc 12,32-48
