Mentre medito le letture di questa domenica, sento che mi provocano in qualcosa che è vivo dentro di me. Sono letture bellissime, intense e che quasi non chiedono alcuna spiegazione perché toccano tematiche che ognuno di noi ha più o meno, direttamente o indirettamente sperimentato. Toccano la vita e la morte, il tempo che passa, i nostri sogni e le nostre paure. Medito e ascolto me e la realtà che ho attorno e mi raggiunge una canzone di Vasco che l’anno scorso, a San Siro, mi ha fatto venire la pelle d’oca, quando lo stadio ha urlato ininterrottamente l’ultimo verso a pieni polmoni. La canzone è “Se ti potessi dire”, una confessione del Rocker che si rilegge e chiude con queste parole: “Vivere per amare, Vivere per sognare, Vivere per rischiare E vivere per diventare. Vivere per adesso, Vivere lo stesso, Vivere per errore E vivere con passione. Vivere solamente, Vivere continuamente, Vivere senza ricordo E senza rimpianto..”. Quel “senza rimpianto” ha continuato ad innalzarsi al cielo anche quando Vasco ha smesso di cantare, fino a far riprendere la band a suonarlo e lui a riprenderlo. Non era solo una canzone ma un desiderio urlato al cielo e a se stessi che i quasi 60.000 che riempivano San Siro, dichiaravano apertamente. Ecco, è come se Gesù stesse rispondendo a questo bisogno, a volte confuso dentro le mille sfaccettature della nostra vita ma sempre vivo e presente in ognuno di noi. Questa avventura che è la vita ci rendiamo conto che ci sfugge, non ci appartiene, non la possiamo determinare in tutto e per tutto, non sappiamo quando e come finirà e questo spesso ci fa paura e ci fa paura voltarci indietro e non esserne soddisfatti o ci fa paura non poter più essere noi a deciderne le sorti. Mi capita spesso di riflettere su questo e anche di raccogliere riflessioni. Da quattro anni ormai celebro regolarmente più di cento funerali ogni anno, e prima di questi quattro anni, la metà circa e ogni funerale è un incontro con chi resta a fare i conti con un vuoto, una affetto spezzato, una quotidianità da reinventare ma che appare subito incurabilmente scolorita. E ognuno è diverso e unico perché nessuno reagisce allo stesso modo di fronte alla morte di una persona amata. La morte ci spoglia, ci mette davanti alla verità secondo la quale noi non siamo onnipotenti e non possiamo decidere i tempi e i modi del nascere e del morire. Essa cozza con la nostra mania di dover controllare e gestire tutto, di essere noi i fautori di ogni cosa, con il nostro orgoglio di brave persone che per questo meritano di determinare tempi e modi anche della vita e della morte. Ci tocca nell’intimo perché ci rivela le nostre paure, svela a noi una realtà diversa da come l’avevamo pensata e voluta, ci fa sentire impotenti. Qoelet come Gesù nel Vangelo di oggi sono nient’altro che la risposta a tutto questo. Non sono passi che vogliono farci sentire in colpa, la vita ci pensa lei a metterci alla prova e a spogliarci delle nostre false certezze, ma sono passi che mettono al centro ciò che davvero conta per aiutarci a ripristinare una gerarchia veritiera. Quel “arricchirsi presso Dio” con il quale conclude la sua parabola Gesù nel Vangelo, non significa fare collezione di recite di rosari o incetta di eucaristie domenicali e feriali, ma significa proprio riporre al centro ciò che fa bene alla nostra vita, al nostro cuore, ciò che ci fa crescere da figli e figlie amati e significativi dentro a questo mondo, capaci non solo di raccogliere ma anche di dare. Significa mantenere un cuore libero e capace di amare e meravigliarsi, capace di sognare e di stupirsi, capace di gratitudine. Un cuore così è la ricchezza più grande di ogni conto milionario, di ogni villa con piscina o macchina da superbollo! Poter dire di non avere rimpianti come poter guardare dietro di sè soddisfatti è il dono che possiamo farci in questa vita e la Parola come ogni Liturgia e Sacramento ci aiutano in questo, altrimenti non sono ciò che devono essere. Bellissimo perché Gesù sa che non riusciamo sempre a vivere così e per questo ci dona il Suo perdono gratuito, perché non si può “vivere senza ricordo” come dice Vasco, ma si può trasformare il ricordo in riconciliazione e ripartire anche dai propri errori. Ce ne rendiamo conto però solo se non mettiamo i beni terreni al primo posto ma restiamo ancorati al Bene che siamo e che possiamo essere per gli altri.
Bellissimo Qoelet perché usa un termine che da solo dice tutto: vanità! Apparenza, superficialità, illusione.. vanità è pensare di essere ciò che abbiamo, di decidere come saremo e prevedere sempre cosa succederà!? Vivi il presente arricchendolo di te stesso e nutrendoti del bene che, chi ti accompagna, ti dona tutti i giorni come può. Vivi il presente raccogliendo la ricchezza che la vita ti offre prima ancora di cercare quella che questo mondo ti impone. Vivi il presente perché è certezza e non lo puoi trattenere ma solo gustare e questa è la ricchezza più grande che abbiamo. Parola di Qoelet, del meraviglioso Salmo 89, di San Paolo e Parola di Gesù per questo nostro presente!
Qo 1,2;2,21-23 Sal 89 Col 3,1-5.9-11 Lc 12,13-21

Tutte le letture di oggi, Salmo compreso, vertono, con accenti diversi, sulla vanità e precarietà delle cose di questo mondo. L’Ecclesiaste vede un arrabattarsi inutile anche per chi viva in una prospettiva puramente terrena (ha pensato solo alle cose di qui, e alla fine le lascerà tutte qui). Lo stesso farà il personaggio del Vangelo, solo che qui è adombrato un giudizio che riguarderà il suo futuro. Il Salmo presenta la vita dell’uomo nella sua brevità, confrontata con i “tempi” (si fa per dire) di Dio. Infine s. Paolo trae da tutto questo genere di valutazioni le direttive che ne conseguono per chi voglia vivere una vita rivolta alle cose dello Spirito.