Le letture di oggi sono meravigliose e ci mostrano il volto del Dio a cui ogni giorno ci rivolgiamo. Mi piace partire dal Vangelo di Luca che ci presenta la preghiera più recitata al mondo (credo) che è il Padre Nostro, ma in una forma ridotta rispetto a come la conosciamo, ovvero quella riportata dal Vangelo di Matteo. Gesù insegna ai discepoli a pregare (mi colpisce sempre che siano loro a chiederlo e non Lui a farlo di sua volontà, quasi avesse aspettato a suscitare in loro il desiderio) e lo fa con questa formula semplice che non fa altro che chiedere ciò che rende dignitosa e buona la vita di chiunque: chiama Dio Padre (e Giovanni Paolo I aggiunse Madre per adattarlo alla cultura del nostro tempo), proprio come lo chiamava Lui nella Sua preghiera; chiede si realizzi il Suo regno di Giustizia e Pace, che è ciò che tutti cerchiamo e vogliamo; chiede pane, che non è solo cibo ma il diritto di ogni essere umano come la casa e il lavoro; chiede perdono perché non si può vivere affossati dalle colpe e per questo ci si impegna anche a donarlo agli altri; e infine, chiede forza contro la tentazione, qualsiasi essa sia. Poche cose ma essenziali per stare dentro questa vita a testa alta, con il cuore capace di sognare ed amare e la mente libera e serena, perché solo una mente così sa affrontare ogni sfida e godere di ogni bene. Poche cose che il Padre non ci fa mancare e noi dobbiamo imparare a gestire! Perché non possiamo chiamarlo Padre (e Madre) e poi vivere come fossimo orfani d’amore e attenzione; non possiamo chiedere il Suo regno di giustizia e pace per poi fare i furbi sulla pelle degli altri; non possiamo chiedere pane per farne incetta lasciando gli altri alla fame; non possiamo chiedere perdono per poi non saper perdonare e non possiamo neppure chiedere di essere forti nelle tentazioni se siamo noi i primi a non fare la guerra a ciò che tenta soprattutto i più deboli. In questi anni di ministero ho ascoltato tante esperienze negative di chiesa e mi serve ascoltarle perché mi ricorda come sia necessario vivere autenticamente la fede, con le mie capacità messe a frutto e le mie fragilità accolte per poterle curare, e così, da persona autentica, provare a vivere il Padre Nostro non solo come preghiera ma come stile nello scegliere, nel parlare, nel mio essere, a trecentosessanta gradi. Bellissimo Abramo nella prima lettura: siamo nell’Antico Testamento e manca l’immagine di Dio Misericordia e Amore che ci ha trasmesso Gesù, per cui è Abramo a doverlo addolcire verso le città di Sodoma e Gomorra che hanno perso il senso del bene e vivono nel male. Bellissima la trattativa di Abramo che cerca di salvare queste città seppur dannate. Ecco, il Padre Nostro ci ricorda che siamo strumenti attraverso i quali Dio si dice a questo tempo come Padre (e Madre) che non si sostituisce ai figli ma ne accompagna benevolmente i passi, affinché imparino a stare dentro a questo mondo con la dignità che spetta loro e con la forza di guadagnarsi ciò che è necessario. Dio c’è e attraverso la Sua provvidenza non ci fa mancare nulla. Ma ci sono anche le sfide, insidiose e scaltre, e anche di fronte a queste Dio ci sostiene e aiuta senza sostituirsi a noi ma ricordandoci, come San Paolo nella seconda lettura, che abbiamo tutto ciò che serve per non soccombere perché siamo già salvati perchè figli di un Amore immenso che ha dato la vita per noi.
Oggi, recitare il Padre Nostro, significa far suonare una sveglia dentro la coscienza di ogni credente e dentro ad ogni comunità: dire Padre e santificare il Suo nome significa rendendolo vivo nelle nostre scelte e nel nostro stile di vita; chiedere il Suo regno significa diventare costruttori di pace e giustizia in casa, al lavoro, in condominio, nel proprio quartiere, senza fare nostra la logica del più furbo che la spunta sul più debole; chiedere il pane significa riconoscere che Lui lo ha già messo nelle nostre mani ma qualcuno ne ha le dispense piene fino a farlo ammuffire mentre altri non ne conoscono quasi il sapore; chiedere il perdono significa anche darlo, senza scadere nelle logiche di vendetta che questo tempo torna a proporci come soluzioni adeguate e vincenti. Nel proseguo del Vangelo Gesù ce lo dice che Dio è bontà assoluta che non fa mancare niente, ma siamo noi a doverlo concretizzare su questa terra attraverso la nostra stessa vita.
Lo recitiamo forse ogni giorno il Padre Nostro: sia richiesta ma soprattutto sia pungolo allo stile di vita che adottiamo nelle scelte della nostra quotidianità, affinché l’Amore che è Misericordia possa contare anche su di noi come fragili ma significativi collaboratori.
Gen 18,20-32 Sal 137 Col 2,12-14 Lc 11,1-13

Già nell’antico Testamento vediamo una cosa unica tra tutte le religioni: un uomo mortale, Abramo, che discute con Dio dando luogo a una singolare trattativa nella quale Dio modifica più volte quanto aveva già deciso. Nel Vangelo avviene un decisivo passo avanti: il rapporto con Dio non è più con l’uomo trattato, diciamo, da pari a pari, ma da padre a figlio, cosa prima di Cristo ancor più impensabile. A ciò consegue l’invito di Gesù a non farci riguardo a chiedere. Con questo non è detto che tutto diventi facile, che spariscono difficoltà e prove. Ma Gesù ci dice che abbiamo addirittura diritto di dire al Padre: “Padre, mi hai voluto mettere in questa condizione, hai permesso questa disgrazia: adesso mi devi aiutare a sostenerla”.