Vi ricordate il saggio insegnamento della mamma e del papà quando uscivano e restavamo soli? “Non aprire agli sconosciuti!” E a volte, a questo prezioso insegnamento, seguivano esempi di cronaca di bambini rapiti, case svuotate ed elenchi di drammi possibili. Una volta lo dicevano i genitori ai figli, oggi quei figli lo dicono ai loro genitori diventati anziani e bisognosi di attenzioni. Gli “sconosciuti” sono potenziali malviventi da cui guardarsi. Negli anni ‘80/‘90, con il boom delle droghe, neppure una caramella potevi accettare dal fantomatico “sconosciuto”, perché “ci mettono sostanze per crearti dipendenze”. Erano e sono insegnamenti importanti che nascono dal senso di protezione e dal bene che ci vogliamo. Il problema è quando questi insegnamenti restano gli unici e diventano la chiave di lettura del mondo intero, perché allora la Prima Lettura e il Vangelo di oggi dovremmo stracciarli e farli sparire. Se da una parte è logico proteggerci e proteggere chi amiamo, dall’altra la Scrittura ci dona uno sguardo nuovo che rompe la corazza di diffidenza indiscriminata, per renderci capaci di scorgere nel prossimo una benedizione per la nostra vita.
Abramo accoglie tre viandanti che si rivelano angeli inviati dal Signore per lui e Sara. Allo stesso modo le sorelle Marta e Maria fanno spazio nella loro casa a Gesù, una prodigandosi con affanno perché il Maestro possa sentirsi accolto secondo tutti gli onori del tempo, l’altra facendo tesoro di ogni parola e ogni singolo respiro del suo ospite. Sono icone bellissime di attimi di pace e di benedizione quelli che ci vengono raccontati, e immergendoci dentro queste scene ci viene voglia di condividerle e farle nostre. Bellissima Maria davanti a Gesù, incantata dalle sue parole e dalla sua stessa presenza, ma bellissimo anche Abramo che si affanna affinché i tre sconosciuti viandanti possano trovare nella sua casa un luogo di ristoro e di pace. Anche Sara e Marta sono figure esemplari, seppur nel vangelo la seconda sembra essere rimproverata da Gesù. In loro riconosciamo la dedizione al prossimo nel servirlo, nel farlo sentire a casa attraverso le cure pratiche e necessarie come il cibo, consumato in uno spazio che è reso accogliente e caldo dall’attenzione amorevole e umile di chi lo abita. Abbiamo perso un poco l’idea di accoglienza oggi, troppo presi da spazi resi “nostri” e necessariamente chiusi per assicurarci pace e tranquillità; abbiamo perso l’idea di accoglienza anche perché siamo molto occuati dalle nostre routine e dai nostri problemi; abbiamo perso l’idea di accoglienza perché abbiamo paura di essere derubati non solo dei nostri averi ma anche del nostro futuro, delle nostre tradizioni (ma quali poi?!), della nostra cultura (che comunque lasciamo andare all’estero assieme ai nostri laureati).. Abbiamo perso il gusto dell’accoglienza e siamo diventati abili selezionatori: il meridionale no, lo straniero men che meno, quello di sinistra mai e poi mai, quello di destra.. dipende da che destra!? E la lista la possiamo fare noi, secondo le linee di pensiero, le paure o le convinzioni che abbiamo permesso si radicassero nelle nostre menti per diventarne arbitri indiscussi. Bellissimo invece lo spunto della Parola di oggi: colui che mi è sconosciuto e si affaccia alla mia vita è una benedizione che non la deruba ma la arricchisce, lasciando un segno di amore inciso in noi.
A causa di una preghiera che parlava di solitudine, scritta i giorni scorsi per il nostro canale whatsapp SpiritualitàUpArcella, e a causa anche di un articolo del vescovo Bizzetti, pubblicato nel nostro sito, circa la morte che si è dato un giovane prete, molti mi hanno chiesto in questi giorni cosa pensassi circa la “salute relazionale” dei miei confratelli e in generale della gente di oggi. Credo che siamo immersi in una quotidianità che spesso ci mette alla prova, tutti indistintamente, chiedendoci di essere forti per restare in piedi con dignità e coraggio: penso a tante persone che soffrono a causa di malattie, a persone che dopo eventi difficili cercano di risollevarsi, penso a coniugi che ricercano la fedeltà al loro amore dopo essersi visti trasformati dalla vita, a genitori che con pazienza e costanza stanno accanto a figli che faticano a crescere.. L’elenco è lungo e sono convinto che ognuno di noi può arricchirlo. Abbiamo bisogno di non essere soli, di poter contare su qualcuno, e non bastano le persone che abbiamo vicino. Quante volte a sollevarci sono proprio “sconosciuti” che si affacciano alla nostra vita per essere quell’angelo che ci permette di non soccombere. Se il nostro cuore, come quello di Abramo e Sara, Marta e Maria, sa fare spazio e sa riconoscere la preziosità anche solo di un pezzetto di vita condiviso e arricchito, ogni prova e sfida sa diventare meno dura. Se invece ci chiudiamo infastiditi dal prossimo e da qualsiasi cosa si affacci a noi, allora ogni sfida diventa una sconfitta dolorosa. Non sono convinto sia Dio a mandarci le prove e le sofferenze, sono invece convinto che ci mandi forze e angeli per superarle e sconfiggerle. E noi abbiamo bisogno di aprire la porta! Se sentiamo che è pericoloso farli entrare in casa nostra, incontriamoli nei luoghi di aggregazione che conosciamo ma non restiamo asserragliati dentro le nostre diffidenze, perché altrimenti diventiamo schiavi delle nostre stesse difficoltà.
Mi stupisce quanto sia dura la vita per alcuni, ma mi stupisce ancor di più vedere che molti la aggrediscono con determinazione attraverso la forza delle relazioni e dell’amore. E lì scoprono la Grazia di un Dio che non abbandona mai!
Gn 18,1-10 Sal 14 Col 1,24-28 Lc 10,38-42

L’inizio del capitolo 18 della Genesi con i tre uomini che appaiono ad Abramo che si rivolge loro con “Signore” al singolare ha indotto a pensare che si trattasse dell prima manifestazione della trinità di Dio. Su questa linea è per esempio la scena sulla destra dell’affresco nella nostra chiesa della Santissima. Oggi questa interpretazione è superata: più avanti nel testo emerge che si tratti del Signore accompagnato da due angeli.
La notissima scena tratteggiata magistralmente da s. Luca è all’origine della secolare discussione sulla preminenza della vita contemplativa rispetto a quella attiva. Si comprende che agli occhi del mondo la vita monastica per di più claustrale riesca poco comprensibile. Come minimo si sente dire: “Se tutti si ritirassero ecc., si fermerebbe tutto”. Ma stiamo tranquilli, perché Dio sa quello che fa: rispetto alle vocazioni al matrimonio o al sacerdozio secolare quelle al chiostro sono più rare: ma il loro valore, dice da sempre la Chiesa, è enorme.