Quando leggo questa pagina di Mosè, mi ci riconosco. Anche io, ogni giorno, sono immerso nelle cose da fare, tra scuola, famiglia, lavoro, e spesso mi sento inadeguato, come Mosè davanti al roveto. Ma poi accade qualcosa che mi richiama: lo stupore di mio figlio, un sorriso che non mi aspettavo, una parola che mi tocca dentro. Lì capisco che Dio mi parla. Non mi chiede di essere perfetto, mi chiede solo di fidarmi, come fa Gesù nel Vangelo: riconoscere che le cose più vere Dio le rivela ai piccoli, a chi si lascia guidare, non ai sapienti.
(Es3,1‑6.9‑12 ; Mt11,25‑27)

L’episodio del roveto ardente è basilare non solo nella storia delle religioni, ma anche in quella del pensiero filosofico. È vero che già Abramo aveva avuto un rapporto diretto con Dio, ma Questi si era presentato come persona, superiore e o nnipotente; invece con Mosè Dio si presenta nella sua trascendenza, identificandosi con l’Essere: “Io sono”. E attorno all’Essere, da identificarsi con Dio o meno, ruoterà tutto il pensiero occidentale, da Parmenide ad Heidegger.
Dopo la guerra invece della pace e il castigo peggiore di quello di Sodoma ecco un passo evangelico rassicurante, quasi gentile. “Gesù è mite e il suo giogo è leggero”. Come mai allora vediamo che seguire Cristo appare cosa non frequente, come invece ci si aspetterebbe, e anche tra coloro che cercano di seguirlo molti sono quelli che ritengono che ciò sia cosa difficile? La prima forza che impedisce di seguire Cristo è certamente l’orgoglio, poi ci sono il pregiudizio e l’ignoranza. Per quanti invece troviamo difficile seguire Gesù e addossarci il giogo che Egli pur definisce leggero, le cause possono essere la sopravvalutazione di cose terrene accessorie e una insufficiente fiducia nel Suo aiuto.