C’è (o forse qualcuno oggi direbbe “c’era”) un’etica non scritta di ogni motociclista: chi è su due ruote e si trova in difficoltà va aiutato! Il saluto tra motociclisti nasce da questa etica di “fraternità” e attraversa i confini non solo delle regioni ma anche delle nazioni. Eppure oggi si polemizza e qualcuno decide di non salutare più, perché questa etica ha perso smalto e valore. Questa come molte altre che davamo per scontate ed oggi non sono più: il buon vicinato ad esempio, l’attenzione per la persona più “fragile” come l’anziano, la donna incinta, ecc.. che spinge ad alzarsi per dare il proprio posto a sedere, il rispetto e la cura per la persona con disabilità.. e ahimè forse l’elenco potrebbe continuare.
Oggi ci viene proposto il Vangelo del Buon Samaritano. Un brano molto noto, di quelli che quasi quasi, appena inizi, chiudi l’audio perché “sai già come andrà a finire”! Eppure, proprio per questo individualismo oggi imperante e per il venir meno di uno stile fraterno e di aiuto reciproco, va ripreso in mano con attenzione.
La liturgia lo fa precedere dalla prima lettura, dove Mosè ricorda al Popolo di Israele che il comando del Signore non è un suo capriccio di cui noi siamo vittime ma è l’esplicazione di ciò che appartiene già al nostro cuore come bene per la nostra vita. Questo anche quando il Suo comandamento sembra duro, difficile, lontano dalla nostra volontà e dalla nostra felicità. Il Suo comando è una mappa che ci aiuta a comprendere ciò che rende luminosa la nostra esistenza e rende capace di vita la nostra storia. La Scrittura va approcciata così, altrimenti diventa un vademecum da consultare a seconda delle proprie necessità e dei propri desideri. Invece Essa è Parola che consola ma anche graffia, conferma ma anche scalfisce quelle rigidità che non ci permettono di essere cuori liberi, volti luminosi, labbra felici.
Secondo questa verità, che Mosè ricorda al popolo ma anche a noi oggi, la parabola di oggi ci pone la stessa domanda che il maestro della legge fa a Gesù per metterlo alla prova ma che poi si trova ribaltata dallo stesso: chi è il “prossimo”? Secondo la parabola è colui che aiuta, non colui che è aiutato, e questo ci pone nella condizione di chiederci come posso rendere la mia vita un servizio d’amore per gli altri. L’accento della parabola non è sul malcapitato ma su colui che presta soccorso e Gesù scardina così la mentalità di quel tempo quando, citando il sacerdote e il levita (non due figure a caso), mostra come non è il ruolo o l’apparenza a rendere una persona capace di opere buone, ma lo sguardo del cuore. Il sacerdote come il levita non potevano toccare il sangue per non contaminarsi e divenire impuri, ma questa legge rituale li tiene lontani dalla possibilità di essere prossimi verso il malcapitato. Nessuno al tempo avrebbe messo in discussione questo comportamento.. Gesù invece lo fa e lo rende nuova legge! Niente è più prezioso e importante di una persona che necessita davvero di essere aiutata e questa, anche per noi oggi, è la prima grande provocazione. Il volto del malcapitato non è quello del marito o della moglie, della figlia o del figlio, della persona che conosco e a cui tengo. Il volto del malcapitato è il volto di uno sconosciuto che non ha altra identità se non quella di essere un uomo o una donna come me! Oggi dobbiamo chiederci se siamo disposti ad essere dimostrazione di cura e amore verso chiunque, perché questo ci chiede La Parola scritta nel nostro cuore. Sguardo che parte da un cuore che sa avere una gerarchia scritta dalla compassione, da una umanità concreta e non dal solo interesse personale, perché essere prossimi a qualcuno significa andare oltre il proprio tornaconto e la cerchia delle persone “amate” e diventa uno stile di vita! Non significa essere faciloni e creduloni che si fanno abbindolare da tutti, ma significa avere l’istinto di fermare il proprio passo di fronte a colui che è bisognoso per comprendere come poter essere d’aiuto. Fermarsi, che nelle vite frenetiche e impegnate di oggi sembra spesso essere già un’impresa. Eppure il samaritano si ferma e rallenta il suo viaggio in nome di una persona che soffre. Credo che a volte dovremmo riscoprire la bellezza del lasciar deviare i nostri programmi dalle persone che hanno bisogno di noi. Per esperienza, scopri storie e volti che diventano poi non solo amici ma anche, a loro volta, prossimi della nostra stessa vita, perché la arricchiscono di gratitudine e le danno un volto nuovo. Gesù non ci chiede di essere tutti operatori sociali né chiede alle nostre comunità cristiane di diventare esclusivamente cooperative sociali. Gesù ci chiede semplicemente di curare il nostro sguardo, perché sappia nascere da un cuore che pulsa e batte per l’umanità, prima che per tante altre cose che riempiono i nostri desideri ma svuotano i nostri occhi. Siamo bersagliati di notizie che ci portano ad avere sfiducia nel prossimo e ci vengono propinate con documentazione che sembra inconfutabile. Eppure quanto bene non viene più raccontato ma ogni giorno scorre nelle esperienze di incontro, aiuto e accompagnamento reciproco. Non sentiremo mai battere il cuore per qualcosa come invece lo sentiamo battere per qualcuno, e questo è impagabile! E il nostro cuore, più cuori incontra, più sa tenere il ritmo di una vita innamorata, e più lo è, più sa diventare luminosa.
Lasciamoci “guarire” dalle paure o dalla sfiducia verso il prossimo per essere noi quei Samaritani che sanno rallentare il proprio passo per aiutare qualcuno a riprendere il suo.
Dt 30,10-14 Sal 18 Col 1,15-20 Lc 10,25-37
