Mentre scrivo sono qualche giorno in Puglia con una famiglia di amici e un padre Missionario rientrato in Italia. Siamo ospiti di una coppia che, insieme a due dei quattro figli, vive in mezzo al verde degli ulivi e ha una piccola azienda agricola solidale. Qui mi raggiunge la notizia dell’improvvisa morte di don Andrea, confratello con cui si sono vissuti gli anni del seminario seppur lui fosse appena più vecchio di me. Resto e restiamo (anche la famiglia di amici lo conosceva bene) scossi pensando al vuoto che lascia nei tanti ambiti dove prestava il suo appassionato servizio e pensando ai suoi genitori e fratelli. È uno dei “settantadue” di cui oggi il vangelo ci narra, inviati a portare la Buona Notizia, a guarire, incontrare, amare il popolo di Dio e lo faceva bene, come quando, da buon biblista quale era, accompagnò i giovani del nostro quartiere in Terra Santa o quando tenne un percorso sul Vangelo di Marco per le nostre tre Comunità parrocchiali. Questo brano oggi assume un tono cupo, riletto con questo lutto nel cuore. Eppure è Buona Notizia, ancora e sempre, e allora raccolgo lo spunto dalla omelia funebre del Vescovo Claudio, che nei 48 anni di vita di questo fratello ha messo in luce la passione e la fedeltà al suo ministero. Questo possiamo fare, tutti: restare fedeli ai carismi che ci sono stati donati e metterli a frutto nel migliore dei modi che conosciamo e che lo Spirito ci suggerisce. 48 anni sono pochi ma ciò che conta ancora di più è viverli intensamente e don Andrea in questo è stato un esempio che raccolgo e rilancio. Il Vangelo ci invia a portare la Buona Notizia ma non possiamo farlo senza passione, senza incarnare ciò in cui crediamo. Non invia i 72 a predicare ma ad essere, ad incarnare con la loro stessa vita ciò che predicano con le labbra.
E il mandato non è solo per noi pastori ma per tutto il popolo di Dio. Bellissimo in questi giorni aver conosciuto Filippo e Maria con i loro figli ormai grandi. La loro casa e la stessa attività lavorativa sono diventati strumento di testimonianza di una fede che diventa attenzione al prossimo, soprattutto se bisognoso, e accoglienza verso tutti, perché ognuno può essere espressione del volto di Gesù. Troppo spesso ancora pensiamo che la Chiesa sia dei preti e il mandato ad essere testimoni del Vangelo dei consacrati. Ma tutti, insieme, siamo incarnazione di quel Gesù misericordioso e appassionato dell’umanità che ancora vuole compiere meraviglie e chiede di farlo attraverso di noi.
Sento che oggi, da qui, sale al cielo una lode al Signore per don Andrea, per Filippo e Maria ma anche per i tantissimi parrocchiani che sono esempio di servizio e dedizione per una Chiesa che sa essere “evangelica” e cioè non ripiegata su sé stessa o sul proprio tornaconto, ma orientata sempre ad essere sguardo verso il prossimo, ad essere parole e fatti di speranza, pensiero che esce dai recinti delle sagrestie, a volte asfissianti, per farsi incontro e annuncio dentro quelle maglie che sanno farsi strette e scomode come in questo tempo. Ringrazio perché sento che solo così la Chiesa può essere tale, se ognuno mette del proprio nella condizione di vita che ha scelto e vive: noi preti come pastori e i laici negli ambiti di vita che abitano quotidianamente. Tutti insieme cercando strade sempre nuove e profetiche per realizzare il Suo Regno di Giustizia e Pace che chiede di non aspettare ma di concretizzarsi qui e ora, seppur non in maniera piena e definitiva. Impegnarsi e aiutarsi ad essere non esempi di perfezione (chi può esserlo?) e neppure solo dita puntate a denunciare il male, ma espressioni di un Amore Misericordioso e Gratuito come soltanto l’Amore di Gesù sa essere. Più diventiamo alleanza, più siamo Chiesa. E questa alleanza c’è e va solo sostenuta e incoraggiata, oggi è sempre.
Salga da tante nostre chiese oggi un Grazie per l’invio incarnato che sperimentiamo e cerchiamo di essere, e questa gratitudine diventi entusiasmo per sperimentare strade sempre nuove dove il Vangelo si incarna. Dall’alto, chi ci ha preceduto nella pienezza, sia ancora esempio e sostegno!

Grande impressione fa la scomparsa del Reverendo don Andrea, anche su chi di persona non l’ha conosciuto. I disegni di Dio sono misteriosi: certamente era uno dei Settantadue, come dice don Marco, e il Signore avrà preso atto di questo.
Significativo il passo letto oggi dalla lettera ai Galati. I critici la considerano la migliore, dal punto di vista letterario, tra le lettere dell’Apostolo; ma a noi interessa di più l’importanza dottrinale. Affermazioni come “non importa circoncisione o non circoncisione…” sono di capitale importanza, e sono una “felice colpa” le incertezze dei Galati che le hanno provocate. E l’Apostolo in effetti si è stufato delle loro oscillazioni tra vecchio e nuovo: lo lascino in pace senza più dargli fastidi: egli ne ha abbastanza dei dolori anche fisici (frustate, sassate…) subiti lungo il suo ministero, ai quali forse si sono aggiunti altri malanni.