Quante volte ho letto o recitato il “Padre Nostro”? Tantissime. Eppure, questa preghiera è come certi sentieri in montagna che non ci si stanca mai di ripercorrere. Con il forte desiderio di pace che respiriamo in questo periodo, oggi mi colpisce in particolare la dimensione del perdono: “rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Perdonare, cioè amare sino ad accettare chi ci fa del male … Ma quanto è difficile superare l’ingiustizia, l’ostilità, la diffidenza, soprattutto se si viene umiliati e viene calpestata la nostra dignità, la nostra umanità??? Perdonare è davvero divino!!! Pensando ai soli piccoli torti ricevuti mi rendo conto quanto questa espressione sia reale. Perché perdonare vuol dire mettere da parte il proprio orgoglio, il proprio ego e cioè l’elemento che più zavorra la mia quotidianità, ma senza il quale, forse, sentirei quasi di non esistere. Chiedo al Signore di imparare a sciogliere il mio orgoglio, a limitare il mio ego e, nel mio piccolo, a seminare tracce di pace attraverso l’ascolto e il dialogo.
(Mc 6, 7-15)

La seconda Lettera ai Corinzi, che la liturgia presenta pezzo per pezzo in questi giorni, è la più drammatica delle lettere di s. Paolo. La giovane comunità che l’Apostolo aveva fondato è afflitta da burrascose vicende che gli causano angoscia e pena. Riassunte in breve, presentano in nuce quanto si vede in grande nel mondo di oggi. Sono comparsi personaggi più o meno strani, che presentano ognuno un Gesù riformato a proprio modo: circolano varianti del vero Vangelo che in realtà sono voci che il mondo stesso accomoda in funzione di nuovi “cristianesimi” fumosamente spirituali, moralizzanti, buonisti, apparentemente “aperti” e tolleranti. E la Chiesa, come allora s. Paolo, fa fatica a presentare la vera dottrina, che viene ritenuta sorpassata, intollerante, inadatta al mondo moderno.