La frase detta da Gesù: “va, tuo figlio vive” è per me l’emblema della Fede. Non è difficile credere a ciò che vediamo o tocchiamo, ma qua siamo di fronte a parole, non suffragate da nessun atto concreto. A Cana Gesù ha fatto il suo primo miracolo, senza segni particolarmente significativi. Al funzionario, che gli chiede aiuto, non suggerisce formule particolari, ma solo lo invita a credere a ciò che gli ha detto. C’è tuttavia una piccola incertezza da parte dell’uomo e si manifesta quando chiede al servo a che ora è guarito il figlio e l’ora è proprio quella delle parole di salvezza di Gesù. Noi uomini ci riconosciamo facilmente in San Tommaso, che ha bisogno di toccare la ferita. Senza fatti concreti fatichiamo a credere, perché ci basiamo sulla nostra pochezza, dobbiamo toccare, vedere per credere. Chiediamo quindi a Gesù di aiutarci ad essere meno materiali, pronti a dire si, come ha fatto la vergine Maria.
Giovanni (4, 43-54)

S. Giovanni, il cui Vangelo giunge a profondità teologiche insondabili, quando riferisce fatti ed episodi è estremamente preciso nei particolari. Gesù tornando in Galilea ripassa per Cana, DOVE AVEVA CAMBIATO L’ACQUA IN VINO; il funzionario gli chiede di SCENDERE a Cafarnao (che era sul lago, quindi più in basso); la guarigione del ragazzo avviene all’UNA DEL POMERIGGIO. Quando Giovanni scrive, era lontano dalla Palestina, ormai nessuno o quasi dei testimoni oculari dei fatti era più in vita: l’Evangelista con i suoi dati precisi avvalora la genuinità di quanto racconta.