Domenica 30 marzo

Credo che coloro che ascoltano la parabola proposta in questa domenica e hanno qualche anno in più, ricordino che un tempo era chiamata “parabola del figliol prodigo”, perché l’accento veniva messo sul figlio minore che si allontana dal Padre per vivere una vita ripiegata sulle “gioie” materiali e carnali. Soltanto in epoca recente si è deciso di chiamarla “parabola del Padre Misericordioso”, mettendo l’accento non sul peccato del figlio minore ma sulla misericordia sconfinata di Dio che è Padre e, in questo caso si può proprio affermare, Madre, capace di accogliere sempre e comunque. Un cambiamento di non poco conto perché sposta lo sguardo da un esame di coscienza colpevolizzante ad un esame di coscienza bramoso di riconciliazione e consapevole che il perdono di Dio è sempre gratuito e liberante. Forse noi preti non riusciamo a predicarlo abbastanza oppure è un concetto talmente rivoluzionario da non trovare spazio nella mentalità radicata in ognuno di noi, perché se davvero riuscissimo a comprenderlo, la confessione sarebbe il sacramento più gettonato.
C’è un passaggio in particolare sul quale mi soffermo, perché è sempre poco considerato ma ci aiuta a comprendere la ricchezza di questa parabola. I figli descritti sono due e, se a una prima lettura è facile trovarsi nei panni del figlio maggiore che fatica ad accettare l’atteggiamento del fratello minore, ad una lettura più approfondita risulta chiaro che non sono così diversi uno rispetto all’altro e questo ci dà una chiave di interpretazione nuova. Infatti se il figlio minore è facile riconoscerlo in quelle vite sregolate o “spericolate” con le quali non sempre ci piace mescolarci perché sanno di irresponsabilità ed egoismo, il maggiore appare come bravo, responsabile, il figlio per bene che tanto vorremmo essere o avere. Eppure Gesù lo dipinge solo alla fine della parabola e privo di ogni nota di particolare merito, come invece tutti ci aspetteremmo. Ha ragione ad essere arrabbiato, lui che sempre è stato presente, obbediente e che spesso ha dovuto subire il clima teso che il fratellino creava in casa a causa delle sue bravate. Quanti si ritrovano in lui? Quanto è facile giustificare la sua reazione?
Eppure Gesù lo mette sullo stesso piano del fratello: anche lui non comprende di essere figlio e in quanto tale di essere amato gratuitamente; anche con lui il Padre deve uscire per andargli incontro come fa con il minore, e, mentre il primo si lascia riconciliare, lui non sappiamo se saprà mettersi in discussione per accogliere un amore così libero e grande; inoltre emerge che lui non si è mai concesso una festa, troppo ripiegato nella parte del figlio bravo, buono e responsabile. Una vita senza gioia, schiacciata dal senso di dovere, dal bisogno di ricevere consenso, di compiacere gli altri ma poco se stesso. Una vita interpretata ma non vissuta, nella spasmodica ricerca di non deludere il padre e l’opinione pubblica. La rivoluzione è proprio questa: Gesù ci mostra un Dio che è Padre e Madre capace di amarci così come siamo, senza pretendere di essere compiaciuto né accontentato dai nostri comportamenti. Siamo liberi di cercare la nostra vita, la nostra identità e gioia anche sbagliando, deviando, a volte certo rischiando, ma liberi di essere noi stessi! Lui ci ha creato e ha seminato abbastanza bellezza in noi da permetterci di vivere realizzati. La conversione oggi sta tutta qui: chiederci se la vita che stiamo vivendo, abbiamo vissuto o stiamo impostando ha il sapore di quella autenticità che ci permette di essere e fare ciò che più sentiamo prezioso e importante. Perché è questo che Dio vuole da noi. Le fatiche e i sacrifici ci sono e sempre ci saranno ma se li viviamo per amore allora avranno un sapore, se invece li viviamo per senso di colpa o dovere, diventeranno presto rancore da scaricare verso gli altri e verso Dio stesso e spegneranno ogni nostra creatività e gioia. Il perdono gratuito di Dio è l’occasione unica che ogni essere umano ha di poter sbagliare nella ricerca di sé, consapevole che gli errori si pagano comunque ma che la meta è trovare quella bellezza e quella unicità che solo la nostra vita sa esprimere. Se vivo autenticamente la mia storia non ho bisogno di tenere lo sguardo giudicante su quella degli altri. Quanto è bello quando trovi quelle persone che non hanno bisogno di parlare male degli altri per fare emergere se stesse, ma esistono, amano e seminano con grande libertà e amore! Sono dentro la loro storia e questo permette loro di essere cuori in uscita capaci di amore libero. Questo ci chiede il Signore.
Raccogliamo l’invito del Padre al fratello maggiore: entra a fare festa, lascia fuori i tuoi sensi di colpa, di dovere, il tuo bisogno di compiacere e, liberato da ogni traccia di male, viviti questa unica e irripetibile esistenza da figlio/a amato/a. E’ forse la conversione più bella a cui ambire!

Gs 5,9-12   Sal 33   2Cor 5,17-21   Lc 15,1-3.11-32

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