Il Vangelo di questa domenica ci narra due fatti di cronaca ovvero la morte di alcuni Galilei ad opera di Pilato e la morte di diciotto persone a causa del crollo di una torre (fatti realmente accaduti secondo gli scritti dello storico Giuseppe Flavio). Gesù li prende come esempio per affermare una verità importante: il male non è una punizione divina! Ho l’impressione che serva riaffermare anche oggi e con grande forza questa verità, soprattutto a coloro che, vivendo una malattia, una disgrazia o una sofferenza, si chiedono perché Dio se la sia presa con loro. Quante volte è ancora questo il modo che abbiamo di leggere e interpretare le prove della nostra vita? Invece, ancora una volta, questa è l’occasione per ribadire che il male c’è e fa male e non è Dio a mandarlo, anzi! Gesù risponde a coloro che lo interrogano circa tali fatti, affermando che coloro che sono morti in quelle circostanze non erano più peccatori di altri. Ci sono mali che ci attiriamo noi stessi con le nostre scelte sbagliate e di questi possiamo lamentarci. Ma ci sono mali che ci piombano addosso e di cui non abbiamo responsabilità. Perché? Non mi sembra ci vengano offerte risposte se non che il bene è continuamente messo sotto assedio dal male, a volte usando proprio quelle scelte o non-scelte che ci rendono carnefici, a volte colpendoci e rendendoci vittime. In questa fotografia dai toni cupi si apre uno squarcio luminoso grazie alla prima lettura, dove Dio sente i lamenti del suo popolo e interviene attraverso la disponibilità umile di Mosè, che viene inviato per aiutarlo a scrivere un nuovo luminoso capitolo della storia della salvezza. Dio e l’uomo, insieme, collaboranti per sconfiggere il male. Qui si fonda la nostra fede: crediamo in un Dio che, ancor prima di noi, crede nel nostro futuro e ancor prima di noi si adopera per scrivere salvezza (ovvero pienezza) per la nostra storia. Lui ci crede ma ha bisogno che ci crediamo anche noi, per fargli trovare la stessa disponibilità che trovò in Mosè e poterci donare la stessa forza che diede a lui. Non fu una via semplice come non è mai semplice la via della liberazione, ma è possibile e può diventare storia di cui essere orgogliosi, come lo fu il popolo di Israele. Sento che la fatica più grande sia credere proprio in questo: che sia possibile cambiare il corso degli eventi, dare colore anche alle pagine più grigie che viviamo, ridare vita a ciò che nella nostra vita ci sembra spento e sfiorito. Gesù, commentando i fatti di cronaca, riafferma la necessità di convertirsi. Non per paura di subire castighi di ogni sorta (terribile l’atto di dolore che recitava “perché peccando ho meritato i tuoi castighi” e peggio era quello che recitava qualche anziana: “li odio -i peccati- e li detesto non solo per l’inferno che ho meritato e il paradiso che ho perduto, ma soprattutto perché ho offeso un Dio così buono, così grande, così amabile come siete Voi. Vorrei prima essere morto che avervi offeso…”) ma per non restare vittime del nostro pessimismo o delle nostre limitate visioni. Gesù usa solo la strategia dell’amore che attrae, non ha bisogno di metterci paura per tenerci in pugno, questo lo abbiamo fatto noi e ancora lo fa l’uomo per dominare su un altro uomo. Lui ci chiede la conversione affinché ogni nostro giorno, che sia vissuto nella serenità di una vita dignitosa e appagata come che sia vissuto dentro la prova, lo possiamo percepire come dono e occasione. Non esiste creatura su questa terra che non possa contare sulla mano di Dio che gli spalanca davanti una via di salvezza. Convertirsi significa lasciarsi abitare da questa spinta di Vita che è la Sua presenza in noi e che non ci permette di respirare eternamente l’aria tossica delle nostre sconfitte o delle nostre paure.
Mi piace e mi consola sempre la parabola che racconta Gesù, dove un fico tarda a dare frutti ma vengono chiesti per lui ancora tempo e cura. Credo di non essere il solo a sentirsi come quel fico: quanta difficoltà nel cammino di conversione, di comprensione e accoglienza di Lui, quanta fatica a vincere i freni che noi stessi mettiamo al nostro cammino di salvezza. Eppure Dio non si stanca mai e la Sua Grazia che opera nei sacramenti che riceviamo, ci ridona la possibilità di stare in cammino, sempre e comunque.
In questa Quaresima, segnata dal Giubileo della Speranza, ci è ricordato che possiamo confidare nella Sua Misericordia per continuare il cammino di salvezza (ovvero di pienezza), attraverso una conversione che non fa leva sulle paure ma sul desiderio di cogliere la forza delle Sue Benedizioni per trasformarle in occasioni di Vita. Buona continuazione di cammino a tutti.
Es 3,1-8.13-15 Sal 102 1Cor 10,1-6.10-12 Lc 13,1-9

Con i due fatti dolorosi avvenuti di recente Gesù fa definitivamente giustizia di un pregiudizio comprensibile, in parte, nell’antichità, ma oggi affatto ingiustificato, eppure non ancora morto: che una persona colpita da una disgrazia, malattia o simili, se lo sia meritato per in suo qualche peccato; e viceversa, se la persona è notoriamente mite e buona, si è portati a mettere in dubbio la provvidenza o la giustizia di Dio. Gesù lascia intendere che il volere di Dio nell’assegnazione di prove o castighi è insondabile; e comunque, nel caso di questi ultimi, Dio ha di mira sempre il ravvedimento del peccatore.
Anche la parabola del fico in fondo significa la stessa cosa: il padrone concede all’albero un anno in più, non un tempo indefinito, trascorso inutilmente il quale sarà inevitabile la sanzione.