Domenica 23 febbraio

Quando ero bambino ero un soggetto facile da prendere in giro: le orecchie a sventola e un cognome ridicolo. Quante volte mi son sentito deridere chiamandomi “Dumbo” o cantandomi la pubblicità del “Galletto Vallespluga”. Finché erano i miei coetanei qualche reazione potevo averla ma quando erano i più grandi restavo inerme sentendomi inferiore. E cresceva una rabbia e un senso di vendetta che mi facevano sentire a volte frustrato. A casa mi insegnavano a non dare peso a chi mi derideva, una sorta di dantesco “non ti curare di loro ma guarda e passa”, eppure non riuscivo e speravo di avere la mia rivalsa, soprattutto contro quelli che dimostravano più prepotenza. Solo crescendo mi sono reso conto di quanto l’insegnamento insindacabile e deciso dei miei genitori assieme al loro esempio, è stato prezioso per aiutarmi a fare maturare un atteggiamento positivo, che ho poi scoperto essere la base di quella non-violenza che Gandhi praticava in India e Martin Luther King insegnava in America o Danilo Dolci in Sicilia (e quanti altri ancora). Una non-violenza che in Gesù vede il suo primo testimone concreto, fino a renderlo l’unico Dio che si lascia crocifiggere per seminare una Pace che nessuno più potrà turbare. 
La Pagina del Vangelo di oggi e l’esempio di Davide nella prima lettura, sono un vademecum che nella situazione mondiale avrebbero parecchio da insegnare. Non possiamo chiedere a Putin o Zelensky, a Netanyahu o a quelli di Hamas, a Trump o a tutti gli altri potenti della terra di metterle in pratica, ma possiamo riscoprirle per noi oggi come pagine da masticare lentamente, per renderle cibo quotidiano di fronte alle sfide che la quotidianità ci propone. È necessario diventare promotori, prima di tutto con l’esempio, di uno stile nonviolento e pacifico che sia sempre più una mentalità comune, affinché le generazioni di oggi non siano i guerrafondai di domani. Pensate se avessero preso seriamente questo Vangelo i nostri antenati.. che mondo più equilibrato avremmo oggi. Abbiamo bisogno di insegnare con la nostra stessa vita ai giovani, impastati di una consapevolezza spesso troppo fragile di quello che sono, che non si può lasciare libero sfogo ad ogni istinto e che la violenza non è mai una risposta. I femminicidi, gli abusi sui minori, la violenza delle gang giovanili sono il risultato di una mentalità che non ha preso seriamente la necessità di incanalare la rabbia, la frustrazione e il desiderio di vendetta in una forza positiva, in una strategia di amore. Questo ci insegna Gesù nel Vangelo di oggi, con durezza e senza sconti, senza “se” e senza “ma”.
Come tradurlo? Non in un semplice buonismo passivo ma in vere e innovative strategie di pace. Innanzitutto abbiamo bisogno di tornare a fare pace con noi stessi. Il tempo del silenzio come tempo di discernimento dei propri sentimenti e dei propri pensieri. Siamo immersi in una quotidianità frenetica e stancante e il tempo libero o di riposo è sempre più tempo pieno e “stressato” di svago. La capacità di leggerci dentro per convogliare ogni forza in una prospettiva di amore e vita oggi è un’arte da reimparare e praticare sempre più frequentemente. Una volta ci aiutava la confessione, sacramento andato pressoché in disuso, e ci aiutava anche quel silenzio che abitava molti momenti delle nostre giornate. Tornare, a piccoli passi, a riappropriarci di noi stessi attraverso buone pratiche di ascolto di sè, è un primo e fondamentale passo. Il secondo è discernere ciò che nutre la nostra mente e la nostra anima. I giochi della Playstation violenti come i testi delle nuove canzoni giovanili, impregnati di volgare ostentazione di una libertà esasperata, non aiutano le nuove generazioni, ma neppure i discorsi da bar dove “ci permettiamo” continue critiche e lamenti verso questo o quello, verso la politica, la chiesa e tutto ciò che sentiamo istituzionalmente corrotto, ci aiutano ad acquisire una mentalità positiva e propositiva. Rimboccarci le maniche per attuare scelte e buone pratiche di incontro, conoscenza reciproca e accoglienza, ci aiuta invece a cambiare la realtà che viviamo, colorandola di umanità e nuove prospettive. Per arrivare ad amare e a perdonare, a spegnere il mortale fuoco della vendetta e la bramosia di potere, abbiamo bisogno di coltivare quel lato nobile che tutti abbiamo ma in cui non sempre crediamo.
Credo che come Comunità Cristiane oggi possiamo distinguerci e diventare attraenti proprio a partire da questo stile, che solo il Vangelo e la Sua Grazia in noi ci possono permettere. 
Sono molteplici le iniziative per la Pace, ma il primo passo lo facciamo verso noi stessi, rieducandoci ad avere atteggiamenti di giustizia e pace negli ambienti che viviamo: in famiglia, al lavoro, nelle associazioni di volontariato e anche (o soprattutto) in parrocchia.

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23   Sal 102   1Cor 15,45-49   Lc 6,27-38

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