Mercoledì 12 febbraio

Come ha fatto con i suoi discepoli, Gesù continua ad interrogare anche noi sulla capacità di comprendere e la domanda in questo caso è se sento davvero la responsabilità delle mie azioni o preferisco scaricarla sugli altri, sulla società, sul destino avverso e così via. 
Soprattutto se le mie azioni sono negative è molto comodo cercare un alibi fuori da me, quando invece il male fa parte della mia natura umana, e per affrontarlo e superarlo devo poterlo riconoscere. Gesù mi propone un elenco di propositi di male, di azioni molto gravi che possono anche non appartenermi. Ma egli mi esorta a partire proprio da qui per leggere nel mio cuore e discernere ciò che mi allontana da lui e dai fratelli: un buon punto di partenza per purificare il mio animo.

Mc 7,14-23

Un commento

  1. “Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino perché lo custodisse e lo coltivasse”. Il lavoro, si badi bene, viene da Dio assegnato all’uomo PRIMA del peccato originale, non dopo, come spesso si crede: dopo la caduta si aggiungerà la fatica. La tradizione religiosa giudaico-cristiana è l’unica – che io sappia – a considerare espressamente il lavoro è a metterlo in luce positiva. Non per nulla sono stati due illustri esponenti di questa traduzione a sentenziare: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi!”: s. Paolo e Carlo Marx.
    Degno di nota è anche il versetto Mc. 7.19 del Vangelo di oggi: “Così Gesù dichiarava puri tutti i cibi”, e spiegava che purezza e impurità sono altra cosa dal mangiare o meno questo o quel cibo. Per altro verso la questione è tornata fuori anche ai nostri tempi: vegetarianismo, veganismo, crudismo e altro ancora assumono spesso tratti paganeggianti o panteisti. S. Paolo è chiaro: nella prima lettera a Timoteo cap. IV attribuisce semplicemente al Demonio il diffondersi di pratiche di astensione da “alimenti dei quali dovremmo rendere grazie a Dio”. Quanto al vegetarianismo, la questione era già stata risolta con la famosa visione della tovaglia a s. Pietro (Atti Ap. 11, 5 ss.).

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