Oggi la scrittura ci fa un regalo tanto semplice quanto rivoluzionario: una “D”. Una lettera che sembra innocua ma cambia, anzi, stravolge il nostro modo di essere, di pensare, di amare, di agire, di scegliere.. di esistere. Una “D” per dare una svolta anche al nostro modo di credere e di essere figli. Una “D” che, silenziosamente ma determinata, si mette davanti al pronome personale che più usiamo e consideriamo essenziale per la nostra felicità: IO.
L’Io è immagine del nostro desiderio di realizzarci, di affermarci, nel mondo del lavoro, nelle relazioni. IO è il principio che spesso contraddistingue il nostro pensiero, le nostre paure e il senso di bisogno insaziabile che spesso ci spinge a scegliere.
Gesù viene avvicinato da un giovane, ricco, che chiede qual è la strada per la Vita Eterna, ovvero per la felicità senza fine, la realizzazione piena di sé. I comandamenti li segue già lui, bravino e obbediente, e questo è un primo passo importante perché sono la via maestra per una vita dignitosa e buona. Ma non gli bastano, sente di dover ricorrere a qualcos’altro. E chiede a Gesù cos’è questo “di più” che gli manca. Bellissima la risposta del Maestro, che si dipana in uno sguardo e una frase tanto semplice quanto impegnativa: lo sguardo ama e la voce chiede di affidare tutto a questo Amore. Eccola la “D” davanti al pronome IO. DIO come relazione d’amore e non come relazione di sudditanza. L’Amore di Dio come fonte di scelta e di lettura di sé e della realtà prima che ennesima necessità di compiacimento.
Quel giovane forse siamo tutti noi: quanto conta compiacere, ottenere consensi, sentirsi adeguati, riconosciuti, cercati. L’IO quando prende il sopravvento è un buco nero senza fondo perché non siamo mai sazi di conferme. Ma questa eterna fame di consenso non ci porta ad amare. Scrisse Thomas Merton: “La sola, vera gioia sulla terra consiste nell’evadere dalla prigione del nostro falso io e di unirci, mediante l’amore, alla Vita che dimora e canta nell’essenza di ogni creatura e nell’intimo della nostra stessa anima.” (dal libro Nuovi semi di contemplazione). La proposta che Gesù fa a questo giovane sta tutta qui: liberati dal tranello del possesso come logica di felicità e adotta gli occhi grati e capaci di meraviglia che ti arricchiscono il cuore. L’Evangelista Marco fa subito seguire la reazione di Pietro: abbiamo lasciato tutto per te! E Gesù risponde promettendo il centuplo di tutto ciò che lasciamo andare. Quel centuplo che non è in sostanze, ma arricchimento dell’anima, soddisfazione, pace interiore. Spendiamo tantissimo tempo a rincorrere cose, scelte o situazioni che forse non appartengono neppure ad un nostro sogno. E quanto ci lamentiamo per tutto quello che non si realizza secondo le nostre attese? Seguire Gesù significa imparare che la gioia più profonda sta nel cogliere e non nel possedere, nello stupirsi e non nel pretendere, nell’avere tempo di sognare e non nella fretta di guadagnare.
“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” recita il salmo 89, dove “contare i giorni” significa dar loro valore, sentirne la grazia e la gioia, viverli come occasioni.
Spesso le incombenze quotidiane ci fanno perdere la capacità di una sosta che apprezza, coglie, gusta. Fantastico Gesù invece, che in uno sguardo ama e dona tutto ciò che realmente serve. Fermarci per riprenderci questo sguardo, valorizzare la relazione con Lui e tra noi prima delle tante faccende, che a volte sono solo la rincorsa a dimostrare ad altri e noi stessi che valiamo qualcosa, che esistiamo, e comunque non ci saziano mai.
In questa domenica regaliamoci una sosta, un momento dove recuperare il Suo sguardo che ci ama, oggi e qui, e attraverso questo amore ci spoglia di tutto ciò che ci illude solamente. Regaliamoci una “D” che dà senso al nostro Io e lo riposiziona in relazione e non in un vortice di autocentratura.

Quando Gesù dice e ripete quanto sia difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli, cioè salvarsi, i discepoli (non uno solo quindi) chiedono: “Chi allora potrà salvarsi?” La domanda intanto lascia intendere che gli apostoli dovevano essere, se non ricchi, almeno benestanti (Zebedeo aveva un’attività nella quale lavoravano non solo i figli Giacomo e Giovanni, ma anche garzoni; Matteo, pur ritiratosi dalla riscossione delle poste, soldi da parte ne doveva avere…) È vero che Pietro dice: “Noi ti abbiamo seguito dopo aver lasciato tutto”; ma è difficile che seguendo Gesù abbiano lasciato le loro famiglie nell’indigenza… Comunque da questo passo del Vangelo viene fuori: 1) che la ricchezza è certamente un ostacolo per una vera scelta di seguire Cristo; 2) che per chi ha dei beni la situazione non è tuttavia disperante, ma certamente richiede un supplemento di grazia di Dio.