Tutti conosciamo questo brano, ha anche un nome: “il buon samaritano” e giustamente perché qui la perla preziosa, l’insegnamento è chiaro e inequivocabile: la compassione è il tratto distintivo del cristiano, non l’intelligenza, non l’arguzia o la competenza (che sono cose molto buone), ma la capacità di stare nella situazione di chi mi è vicino e questo “stare” me lo renderà fratello nella misura dell’amore e le azioni che da questo stare insieme verranno, parleranno di cura. Queste settimane molto impegnative per l’assistenza di un famigliare, sono state anche molto eloquenti: il dolore fisico fa male, malissimo a chi lo prova sulla sua pelle ma anche su chi è intorno e questo male fa paura e non è immediato accoglierlo: passa per un atto volontario che, se pur volontario, continua a fare male. il Samaritano ha curato e fasciato le ferite, così com’erano. Nel vissuto di ogni giorno Signore ci sono mille persone con ferite aperte, aiutaci a vederle con i Tuoi occhi e a Starci Dentro, con il Tuo Cuore.

Attenzione! Noi da chissà quanto tempo per prossimo intendiamo gli altri, forse per influsso del comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Qui invece è il contrario: prossimo è il samaritano che ha assistito e aiutato il malcapitato viandante. Quindi da questa parabola ci viene un insegnamento che completa quello del comandanento: siamo noi che, se necessario, dobbiamo farci prossimo di chi ha bisogno, bisogno di aiuto di qualsiasi tipo.