Mangiamo per vivere. E il cibo dura il tempo di essere consumato per le nostre faccende quotidiane e dà forza alle mille corse che dobbiamo fare. Mangiamo più volte al giorno, spesso mangiamo male, ma lo facciamo per saziarci, ricaricarci ma anche per gustare e apprezzare ciò che la natura e la creatività umana sanno porre nei nostri piatti. In questo tempo poi la cucina ha assunto un valore enorme attraverso mille trasmissioni televisive e le proposte variegate di una globalizzazione che porta a casa nostra di tutto e di più. Mangiare è vita mentre patire la fame genera sofferenza e rabbia.
Gesù, nella diatriba iniziata dopo la sua moltiplicazione dei pani e dei pesci (o il suo input a condividere ciò che si ha), ripropone il tema del Suo offrirsi come Pane di Vita e Vino di Salvezza. Incompreso, quasi deriso, suscita perplessità e allontanamento eppure è così chiaro se consideriamo che siamo carne ma anche Spirito! Ma, ieri come oggi, è proprio questo il problema. Siamo molto “carne”, fatti di bisogni, di fretta nel soddisfare i nostri desideri, del bisogno di sentirci appagati, e non ci rendiamo conto che siamo anche Spirito, abbiamo una anima da nutrire di cibo buono e valido. Perché l’anima funziona come il corpo: ha bisogno di essere nutrita, ricaricata e rigenerata per poter affrontare le mille provocazioni che la vita e le relazioni ci propongono. Se vogliamo essere rivoluzionari in una società lacerata di pessimismo e violenza, abbiamo bisogno di nutrirci di un cibo diverso da quello che offre questo mondo. Gesù offrirà se stesso nell’ultima cena, già consapevole che sarebbe stato tradito, abbandonato e colpito dalla malvagità gratuita di questo mondo. Il Suo Pane e il Suo Sangue, donati a noi come cibo, sono nutrimento per chi vuole vivere con una logica di Amore da offrire lì dove non esiste né come linguaggio, né come stile, né come idea. Ci nutriamo di Gesù per riproporre la Sua strada di guarigione dal male, qualsiasi male, attraverso il bene, il Suo Bene. Non attraverso la vendetta o la chiusura.
A tal proposito mi ha colpito una storia di Gabriella Caramore, che don Angelo Casati ha riportato proprio nel giorno della Festa di Maria Assunta in cielo: “Qualche mese fa mi è stato raccontato un episodio. Siamo negli ultimi terribili giorni della Seconda guerra mondiale. In un paese della provincia di Parma. Un gruppo di camicie nere uccide spietatamente, davanti agli occhi della madre, un giovane che probabilmente fa parte di una formazione partigiana. Non passa molto tempo, la situazione si rovescia. I partigiani arrivano a catturare l’autore di quell’orribile assassinio, lo portano davanti alla madre che ne era stata l’impietrita testimone, come per offrirlo alla sua vendetta. Decida lei come pareggiare i conti. Il paese è in subbuglio, tutti pensano che finalmente sarà fatta giustizia. Ma Adalgisa Corradini, questo è il nome della donna, è già colma del suo dolore. Un’altra morte non arriverebbe a placarlo. Neppure la morte di chi le ha tolto il figlio. Adalgisa si fa strada fra la folla che assedia l’autore del delitto. Guarda negli occhi l’assassino di suo figlio. “Ce l’hai una madre a casa che ti aspetta? Se ce l’hai, torna da lei”. I partigiani restano sbigottiti, ma nessuno osa contrariare il comportamento fermo di Adalgisa e il suo singolare verdetto. Forse è solo così che si può cambiare strada, con un gesto imprevedibile, per certi versi illogico, che non mira a pareggiare i conti, ma spezza la catena delle vendette.” Nutrirci di Gesù, per innestare meccanismi di vita quando la violenza e la morte bussano alle nostre porte. Questo è l’invito che si ripete sempre, per tutti, ogni giorno e che possiamo accogliere come dono!
Pr 9,1-6 Sal 33 Ef 5,15-20 Gv 6,51-58

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