Giovedì 1 agosto

«Avete compreso tutte queste cose?» La domanda di Gesù non ci interroga sulla capacità di capire un concetto, ma ci interpella sulla disponibilità ad innestare nel nostro vissuto il linguaggio della parabola. Perché è chiaro che il giudizio sui buoni e sui cattivi non spetta a noi, ma al Signore che lo esercita con la sua paterna-materna misericordia che è per tutti, nessuno escluso. L’esperienza mi mostra invece che tante volte la cernita pretendo di farla io, sulla base di regole personali grazie alle quali, guarda caso, mi ritrovo al 95% nel gruppo dei buoni. Togliere dallo sguardo il giudizio apre strade di fraternità, nelle nostre comunità ecclesiali come in quelle sociali.

(Mt 13,47-53)

2 commenti

  1. Gesù ripete qui ciò che aveva già detto nella parabola della zizzania: alla fine saranno gli Angeli, su comando del Figlio dell’uomo – cui il Padre avrà dato ogni potere – a fare la scelta finale tra buoni e cattivi: gli uni nel regno del Padre, gli altri nel fuoco eterno, “a piangere e a digrignare i denti”, ove il primo verbo significa ovviamente la sofferenza eterna, la seconda immagine la disperazione definitiva ( la Bibbia in lingua correntevtraduce infatti: là piangevano come disperati.
    Oggi si è molto portati a sottolineare che il giudizio non appartiene a noi: cosa certamente vera, ma che va intesa rettamente. È chiaro che non sta a noi affibbiare condanne, e meno che mai definitive; ma il giudizio in certa misura ci deve essere. Prendiamo dei genitori che vedessero un figlio mettersi su una cattiva strada: potrebbero esimersi dal giudicare, dal richiamare, aspettando di vedersi arrivare i carabinieri a casa? E, peggio, se vedessero che quel figlio va a mettere in pericolo la sua salvezza? Possono trincerarsi dietro un “ma se lui si sente di fare così…”? Oppure: “il mondo oggi va così…”? Ancor più, se un parroco, un Vescovo vede nel suo gregge cose che non vanno, può tralasciare di notarle, e quindi di richiamare, di ammonire?

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