Domenica 14 luglio

Chiamati! Come Battezzati siamo tutti chiamati dal Signore ad essere protagonisti di un Vangelo vivente. Credo che la sintesi di questa domenica potrebbe essere proprio questa. Cosa vuol dire poi essere chiamati, è un approfondimento necessario, soprattutto per riuscire ad incarnare questo invito nella quotidianità che contraddistingue il nostro tempo con le sue sfide, le gioie e le difficoltà.
Innanzitutto lasciamocelo dire che siamo noi, ognuno di noi, ad essere chiamati. Come popolo di battezzati siamo noi che possiamo ritrovare tracce viventi della Sua presenza nel qui e ora che stiamo attraversando. Il tempo della delega ai consacrati è finito! Ognuno ha una sua specificità e, sempre più, siamo chiamati a prendere consapevolezza della forza che ha in sé la testimonianza, attraverso la semplicità della propria vita e nei diversi ambienti dove si vive la propria storia. Mi piace, nella prima lettura, Amos che di fronte al rifiuto del popolo attraverso le parole di Amasia, replica raccontando che il Signore lo ha preso mentre lavorava come coltivatore di Sicomori ed era mandriano. Lo dice per sottolineare che non è suo interesse ciò che fa ma servizio a Dio, e allo stesso tempo queste sue parole ci raccontano che essere testimoni non è questione di “altro” rispetto alla nostra vita quotidiana. Anche oggi Gesù passa attraverso tutti coloro che gli aprono uno spiraglio e rendono possibile la Sua presenza, mettendosi al servizio di un Bene più grande rispetto a quello dei propri singoli interessi, e cercando di renderLo vivo e presente, con il proprio cammino interiore e nella Fiducia alla Grazia che nessuno può controllare né gestire ma che è gratuità pura. Testimoniare inoltre non significa occupare il tempo libero (se ce n’è) ma è uno stile, una passione che ci guida a voler rendere partecipi gli altri della gioia dell’Annuncio del Vangelo, della Buona Notizia, e questo con grande dedizione ma anche libertà, consapevoli che niente si impone ma tutto si semina. Oggi più che mai è bello scoprire questa passione che ci guida, perché oggi più che mai il Bene come l’Amore sono importanti e non scontati e Gesù è Bene e Amore per tutti, gratuitamente. RenderLo presente in questo oggi frastagliato di ideali confusi e valori liquidi, estremamente bisognoso di Carità e Solidarietà, diventa una missione appassionante e liberante. Non siamo noi a salvare, noi siamo salvati come tutti. Ma possiamo annunciare proprio questo, accogliendo le storie di ognuno e “stanando” la Sua presenza che Ama e ridesta alla vita. In questa nostra Unità Pastorale, attraverso il servizio gratuito e davvero libero di molti che non inseguono secondi fini o gratificazioni personali, raccolgo spesso una bellissima testimonianza di “inviati” che portano alla Luce la bellezza della Sua presenza.
Un ulteriore aspetto di approfondimento di questa domenica viene dal Vangelo: a due a due! Gesù non invia in solitudine i discepoli, ma a coppie. L’individualismo imperante di oggi esaspera l’importanza dei carismi personali e mette troppo poco in luce l’importanza e l’efficacia dell’operare in comunione di intenti con altri. Anche noi preti rischiamo di cadere nel tranello dell’individualismo e del protagonismo, esaltando noi stessi prima dell’annuncio stesso. Andare al passo di un altro è più difficile e può risultare a volte meno efficace. Però in questa scelta di Gesù c’è tutto il desiderio di essere incarnazione di un amore che non è romanticismo ma scelta di prendere per mano, accogliere, valorizzare e fare spazio ad un altro. Anche la persona carismatica può camminare assieme, mettendo il suo carisma a servizio di un pensiero, una progettazione, un sogno condiviso. Gesù stesso sceglierà di camminare assieme ai dodici e non da solo. Quando la testimonianza la viviamo come comunità, allora ci è chiesta l’umiltà di essere al passo con gli altri e questo comporta la capacità di lasciare spazio (e quante volte lo diciamo ma non siamo disposti a farlo), di metterci in discussione prima che mettere in discussione gli altri, di valorizzare e fare un passo indietro perché un altro trovi la forza di farne uno in avanti. Chi vive la famiglia lo sa, ma anche nell’essere comunità di testimoni è così, perché si diventa capaci di esempi concreti e non solo di parole. Anche questo sta cambiando molto nel nostro essere chiesa, per noi preti ma anche per le nostre comunità cristiane inserite sempre più dentro ad un mondo pluralista e variopinto. Solo la capacità di essere relazione libera e vera nella comunità ci porta ad essere aperti, accoglienti e significativi anche verso chi non è battezzato o non riconosce più la centralità del Vangelo. L’Accoglienza e l’attenzione al prossimo sono uno stile di vita, non una strategia, e per questo quel “a due a due” chiede di essere preso seriamente e di diventare una priorità e non un’appendice del nostro essere testimoni. 
Raccogliamo queste provocazioni e lasciamoci plasmare e trasformare dalla Sua Grazia per divenire appassionati cercatori di un Vangelo vivente, oggi e insieme.

Am 7,12-15   Sal 84   Ef 1,3-14   Mc 6,7-13

Un commento

  1. Dopo l’infelice esperienza di Nazareth Gesù passa ad insegnare e a guarire nei villaggi dei dintorni; quindi conferisce agli Apostoli, scelti da poco, il loro primo incarico: portare il nuovo annuncio nella Galilea stessa. Il Maestro dà loro semplici istruzioni: vadano due a due e portino con sé solo il bastone e niente altro. Questa seconda cosa si capisce facilmente: le distanze erano piccole, per lo più i due potevano andare e venire in giornata; negli altri casi potevano giovarsi dell’ospitalità di conoscenti più o meno lontani; quanto al bastone, oltre che per aiutarsi su sentieri accidentati o mulattiere, poteva servire per difendersi da vipere e più ancora da cani randagi. Più sottile e importante è la prescrizione di andare due a due: certo per sicurezza, ma anche per accrescere l’efficacia della comunicazione (due persone diverse sono anche complementari e quindi più efficaci). Importante infine l’incarico finale di ungere gli infermi, da cui il Sacramento.

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