Un padre ed una donna ammalata: entrambi possiedono una Fede talmente intensa come raramente incontriamo. Il padre si reca da Gesù, nonostante la figlia sia morta e gli chiede di farla rivivere. La donna, vergognosa per il suo male, sfiora solamente il mantello del maestro, senza infastidirlo con parole pietose. Entrambi verranno esauditi. Talvolta pensiamo che pregando, con formule intense, lunghe, profonde, saremo più facilmente ascoltati nei nostri bisogni, ma Gesù non valuta la lunghezza e la profondità delle nostre richieste, ascolta solo l’intensità dell’amore che siamo capaci di esprimere, la certezza di essere ascoltati grazie alla Fede che conduce i nostri pensieri.
Matteo 9,18-26

Tra il racconto di s. Matteo e quelli di s. Marco e s. Luca ci sono notevoli differenze. Il primo, rispetto agli altri due, appare anzitutto più breve, ma anche meno preciso. È taciuto il nome del padre della ragazza, che è detta già morta e della quale il genitore chiede addirittura la resurrezione: e questo, dati i tempi e le circostanze, non è plausibile. È pressoché certo che Matteo non fu presente al fatto: chiamato da Gesù poco prima, poteva essere ancora impegnato nelle pratiche di chiusura o cessione del suo ufficio di esattore e cambiavalute. Neanche Marco e Luca erano presenti, ma il primo ebbe a giovarsi certamente del racconto di s. Pietro, ammesso nella camera della ragazzina, morta nel frattempo in cui il padre andava da Gesù.
Non ci deve turbare che i tre Vangeli sinottici non concordano sempre in tutto: se lo facessero non avremmo tre Vangeli, ma uno solo. Comunque le divergenze non sono mai tali da investire il senso sostanziale della Rivelazione.