Domenica 7 luglio

Ci sono esperienze che ci segnano in profondità e, se le viviamo assieme ad altri, ci legano in modo indelebile. Chi è nato e cresciuto in un paese dove le amicizie con le quali si condivideva la scuola, lo sport, la parrocchia e il tempo libero erano sempre le stesse, sa di cosa parlo. La vita poi porta a fare scelte e ad allontanarsi ma quel ricordo e quegli affetti restano indelebili dentro di sé e, proprio perché instaurati in un tempo delicato e unico come l’infanzia, hanno una importanza singolare.

Nel Vangelo di oggi Gesù torna nel suo villaggio di Nazaret, da adulto, da Messia. Non sappiamo perché sia tornato ma sappiamo che le relazioni hanno per Lui una bella importanza e forse è per questo che rimane scandalizzato dell’incredulità di coloro con i quali ha condiviso gli anni e le esperienze della sua giovinezza. Nell’incredulità degli abitanti di Nazaret c’è uno strappo affettivo che colpisce Gesù e credo che ognuno di noi possa comprenderlo: loro sono scandalizzati di Lui perché credono di sapere chi è, conoscono la famiglia dal quale proviene e sono stati a scuola con lui, hanno giocato insieme e vissuto le feste e le difficoltà insieme; il Suo essere scandalizzato invece è la ferita di chi non ha trovato comprensione e affetto proprio da coloro che erano famiglia negli anni più belli della vita. La ferita inoltre è l’impossibilità di annunciare il nuovo Amore Salvifico di Dio proprio a coloro che Lui voleva Amare per primi e che invece trova chiusi perché accecati dai loro pregiudizi e dalla superbia tipica di chi pretende di aver inquadrato tutti e tutto dentro i propri rigidi schemi religiosi e morali.

La tentazione degli abitanti di Nazaret riguarda tutti: ognuno di noi guarda il mondo e incontra gli altri secondo dei propri criteri di giudizio, e se non impariamo ad andare oltre, permettendo a chiunque di dirsi alla nostra vita in libertà e nella verità rischiamo, come gli abitanti di Nazaret, di perdere occasioni uniche di ricevere la visita Innamorata di Dio per la nostra esistenza. Abbiamo sempre bisogno di imparare ad accogliere: Accogliere è lasciare che parli la vita e la meravigliosa essenza dell’altro che prima dei miei pregiudizi e delle mie affrettate conclusioni; accogliere è un fare spazio nella mente e un rendere disponibile del cuore; ancora accogliere significa mettere a tacere i pregiudizi e lasciare spazio all’interesse per l’altro e alla sua storia e identità che sempre va oltre ciò che io posso solo anche intuire. Significa provare a immedesimarsi nella sua storia, cogliere il mondo delle sue emozioni, captare il processo che lo ha portato ad essere così com’è oggi, qui, davanti a me. Accogliere è scoprire che Gesù bussa anche alla nostra porta nel volto di molti che mai penseremmo portarci tanta Grazia.

Credo che ognuno di noi sia chiamato non solo a testimoniare Gesù attraverso la propria vita, né solo a comportarsi bene vivendo da bravo cittadino rispettoso delle regole. Come cristiani siamo chiamati a riconoscere Gesù presente anche oggi nel mondo, per accompagnare anche i cuori più dubbiosi o confusi ad incontrarlo. Uno sguardo libero e disponibile è uno sguardo che prima di cercare i difetti, coglie i pregi; prima di criticare gli errori promuove le buone intenzioni; prima di chiudere in categorie tutto e tutti spende tempo, interesse e risorse per incontrare nella verità la persona che ha dinanzi. 

Nel tempo che stiamo vivendo, segnato da un individualismo sempre più regnante, riscoprire l’arte dell’incontro e della scoperta dell’altro significa andare controcorrente ma anche stanare i tanti spiragli di bellezza, di bene e di speranza ancora presenti ed efficaci oggi. Mi piace molto la prima lettura che narra l’invio di Ezechiele al Suo popolo, in un periodo storico nel quale esso si era perso nella sequela di altre divinità e aveva perduto la sua forza. “Popolo di ribelli” viene definito, eppure è ancora Suo popolo per il quale vale la pena inviare un profeta che, lo ascoltino o meno (povero profeta), ma almeno sanno che c’è, che Dio non si è scordato di loro, che una strada di ritorno è possibile. Ecco la nostra chiamata: profeti che, anche oggi, attraverso uno sguardo che valorizza prima di criticare e giudicare, mostrano a chiunque la presenza innamorata ed efficace di Dio. Senza la pretesa di essere compresi o seguiti o gratificati per questo, anzi, neppure Gesù stesso lo fu ed Ezechiele men che meno. Ma lo facciamo innanzitutto per vederlo noi stessi presente oggi, e perché, ascoltando l’invito di Dio a Ezechiele, sentiamo l’urgenza di essere testimoni di un Dio che Ama, Valorizza, Promuove il prossimo.

È una vocazione che tocca tutti: possiamo lasciar andare Gesù senza accorgerci che c’era Lui nascosto dietro quel volto e quella storia, o possiamo riconoscerlo e lasciarci abitare dalla Sua Grazia. Ma soprattutto (e questa è la vocazione) possiamo essere sguardi che aiutano altri sguardi a levarsi di dosso la coltre di negatività, di giudizio, di perbenismo, di autoreferenzialità (e chi più ne ha più ne metta) che porta a giudicare prima che accogliere e ad escludere prima che amare. È una medicina preziosa, dentro e fuori dalle nostre comunità parrocchiali, oggi e sempre, per tutti ed è una medicina necessaria soprattutto nella complessa ma ricca realtà sociale che oggi viviamo.

Ez 2,2-5   Sal 122   2Cor 12,7-10   Mc 6,1-6

Un commento

  1. Gesù è chiamato figlio di Maria mentre in quei tempi il figlio era sempre abbinato al padre. L’evangelista in questo modo vuole forse dirci che Gesù era considerato figlio di NN e quindi illegittimo?

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