Domenica 30 giugno

“Non è la morte che mi fa paura, ma una vita senza novità”. Iniziava così la canzone “Tutto quello che so” di Luca Barbarossa alla fine degli anni ’90, e mi ha sempre colpito questa espressione. Effettivamente non è la morte fisica che dovrebbe farci paura perché, come esprime benissimo la prima magnifica lettura di questa domenica tratta dal libro della Sapienza, seppur essa non venga da Dio e non dovrebbe appartenerci, possiamo guardarla con fiducia perché da questo passaggio saremo presi per mano proprio da Lui, dall’Amore, per entrare in una dimensione a noi ora sconosciuta ma che Gesù ci ha promesso essere Pace e Gioia. La morte fa soffrire quando prende le persone che amiamo, quando ci strappa un affetto lasciandoci un vuoto dentro, ma la nostra morte possiamo affrontarla con la serenità di chi sa di essere custodito e protetto dall’Amore, e, se avremo vissuto in pienezza la nostra esistenza, la pace più grande sarà chiudere gli occhi a questo mondo senza rimpianti, con la pelle segnata dalle esperienze e il cuore rigonfio di una gratitudine talmente grande da non riuscire a spegnersi neppure dopo che il soffio della vita ci avrà lasciato.
Come vivere però una vita così? Ecco questa domenica per noi! La prima lettura ci ricorda che non possiamo essere alleati di alcun tipo di morte, né quella fisica, men che meno quella spirituale o emotiva o sentimentale. Non possiamo essere alleati della morte fisica e per questo, come Amati dalla fonte dell’Amore che è Gesù stesso, siamo chiamati a non piegarci alle logiche di violenza che ci illudono di essere soluzioni ai problemi sociali che minano il nostro senso di sicurezza. Non è con la violenza dell’esclusione e della chiusura che possiamo costruire una società più sicura per tutti e più pacifica, e sembra che ormai tutto ce lo stia dimostrando. Eppure stiamo alimentando ideologie e una educazione fondata sulla paura e sulla “selezione”, sulla divisione in categorie dove non tutti siamo uguali e non tutti abbiamo gli stessi diritti. La morte è anche questo: togliere ciò che è essenziale per poter vivere con dignità e noi non possiamo guardare o adeguarci a tutto ciò.
Gesù, nel Vangelo, incontra due personaggi che ci aiutano proprio a identificare quello che è morte, seppur dentro a corpi che respirano: una donna con una emorragia importante e il padre di una fanciulla che sta morendo. Ambedue trovano in Gesù la Vita necessaria a ricominciare ed ambedue ci parlano innanzitutto di coraggio. Di fronte a ciò che blocca il tuo flusso vitale, il tuo entusiasmo per la vita, la tua speranza, i tuoi sogni, la spinta a vivere e non a trascinare le giornate, serve il coraggio del cambiamento. Sia la donna che il padre prendono la ferma decisione di muoversi, di andare a cercare una soluzione, di recarsi da Gesù. Non possiamo trascinare le nostre giornate passivamente o perennemente convinti siano gli altri a dover cambiare o capire. Non possiamo vivere nella convinzione che il nostro disagio dipenda dal luogo dove siamo, dal periodo storico difficile, dalla famiglia che non è come avremmo voluto.. Serve mettere in discussione e cercare un cambiamento in sé stessi. La donna afferma che molti medici l’hanno fatta soffrire eppure non si arrende e cerca altrove. Se non è la medicina, sarà allora la Vita Spirituale a cambiarla, ed è così! L’insoddisfazione come l’inquietudine a volte sono espressione di una ricerca spasmodica di amore, di riconoscimento, che ha preso male la mira e trova solo frustrazione o false soddisfazioni. Il sangue che la donna perde abbondante è metafora per noi della vita che perdiamo ogni volta che, sbagliando mira, ci ritroviamo feriti e svuotati di gioia ed entusiasmo. Lei tocca Gesù, noi possiamo addirittura mangiarlo, e quella fede che Lui possa essere medicina, la trasforma e la guarisce. Si è mossa, ci ha creduto, ha vinto la paura.
Lo stesso ha fatto il padre della fanciulla che è stesa a letto quasi senza vita, come chiunque sia fagocitato dal male della depressione, della mancanza di senso, della paura di vivere. Capita perché non è sempre facile stare in questo mondo e reagire agli scossoni del male. Ma il padre di questa ragazza, da buon genitore, cerca e non si dà pace! Va da Gesù vincendo la paura di essere giudicato o escluso, lui che è capo della sinagoga, membro di quella categoria che snobba e attacca duramente Gesù. Ma è anche e soprattutto padre e questo lo porta ad essere umile e a cercare Colui che i suoi colleghi attaccano. A Lui Gesù chiederà di aver fede, e come ogni cuore di padre e madre sa fare, non smette di sperare l’insperabile. La sua umiltà assieme al suo coraggio, la sua determinazione e la sua fede, salveranno sua figlia. 
La morte che dobbiamo temere non è quella che ci toglierà da questo mondo, ma quella che non ci farà godere di questo mondo e Gesù assieme alla donna e al padre della fanciulla oggi ci insegnano quali atteggiamenti imparare per sconfiggerla. Sconfiggerla in noi ma anche essere strumento perché altri non ne restino vittime. Affidiamo allora coloro che non stanno vivendo ma subendo la vita; affidiamo noi stessi affinché restiamo cuori appassionati ai giorni a venire, sempre. 

Sap 1,13-15; 2,23-24   Sal 29   2Cor 8,7.9.13-15   Mc 5,21-43

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