La prima lettura ci parla di un Dio che “punisce” chi lo abbandona avviandosi per “vie” che non sono le Sue. “Tra le righe“ si capisce già come il male che ne deriva non sia punizione, ma conseguenza della libera scelta dell’uomo.
Il Padre vuole/deve rispettare a qualsiasi costo questa libertà.
È con la venuta del figlio Gesù che si rivela chiaramente come tutto sia imperniato sull’Amore del Padre per noi suoi figli.
Che senso avrebbe l’amore se fosse frutto di costrizione?
Che lo Spirito ci aiuti nel discernimento.
2 Cronache 24, 17-25 Salmo 88 Matteo 6, 24-34

È piuttosto singolare che la liturgia in questi giorni proponga come prima lettura passi di contenuto prettamente storico, presi dai libri delle Cronache. Il loro senso è chiarissimo: Dio punisce re e popolo quando essi si allontanano da lui. Oggi si è meno propensi a presentare fatti dolorosi o comunque negativi come “castighi di Dio”. Essendo chiaramente impossibile togliere a Dio la facoltà di punire, si deve aggiungere che essa è comunque da inserire nel quadro dell’amore di Dio, nel senso che il castigo è sempre vòlto a riportare il peccatore sulla retta via, cioè a indurlo al pentimento e alla conversione, sì che possa salvarsi. È anche vero che è rischioso attribuire una sventura, una epidemia o simili cose a un esplicito intervento punitivo di Dio, ma Questi in realtà lascia, ordinariamente, che operino le conseguenze naturali del peccato, sia sul piano individuale sia, nel caso, su quello di collettività: e bisogna riconoscere – basta guardarsi attorno – che quasi sempre quelle conseguenze bastano e avanzano.