Quella di oggi è una pagina molto conosciuta che è diventata proverbiale: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”.
Questa pagina ci aiuta ancora una volta a capire che l’immagine di Dio, attraverso il battesimo, è impressa in ogni uomo battezzato, che riconosce che tutto viene da Dio e che la “vita” va restituita a Dio. C’è quindi una spinta verso la missione della chiesa, e quindi di ognuno di noi, dentro questo mondo, al di là delle etichette (erodiani, farisei, sadducei, destra, sinistra) che appiccicate alle persone. II Vangelo fa emergere l’imortanza della presenza sociale del cristianesimo: ciò che siamo e ciò che facciamo deve avere il profumo del Vangelo. In caso contrario rischiamo di creare dei mondi distinti e paralleli.

Questa volta è la seconda Lettera di s. Pietro, molto diversa dalla prima nella forma e nel tono. Con la prima l’Apostolo si era fatto aiutare, nella formulazione in greco, da Silvano, qui da qualcun altro. Il tono è determinato dalla necessità di stigmatizzare fomentatori di disordine ed errori nelle comunità.
Nella parte che viene letta oggi è da notare l’apertura escatologica verso i “cieli nuovi e terra nuova” nei quali finalmente regnerà la giustizia, e di estrema importanza è il collegamento con s. Paolo, da cui emerge il perfetto accordo tra i due pur diversissimi apostoli, entrambi presenti in Roma (da cui fu mandata la lettera).