Se dovessimo scrivere di testa nostra l’esperienza dei discepoli dopo l’Ascensione di Gesù, credo useremmo parole di dolore e sconforto. Perché è così che spesso noi viviamo le nostre separazioni affettive. Dopo il trauma di vederlo appeso alla croce e non essere stati capaci di difenderlo, ora i discepoli, che si sono appena abituati all’idea che davvero quell’uomo che si presenta a loro portando Pace sia il Risorto, lo vedono andarsene, per sempre, in cielo, apparentemente lontano. Gli Atti degli Apostoli ce li descrivono a naso all’insù mentre lo osservano salire al Cielo e ci verrebbe da pensare che le loro teste e il loro cuore siano in confusione. Le separazioni non sono mai semplici. Lasciare andare qualcuno è affettivamente difficile eppure è necessario: lo fanno i genitori con i propri figli e poi lo fanno i figli con i genitori; lo facciamo con le amicizie, con i nostri amori giovanili; lo facciamo quando la natura delle cose ce lo chiede. E di fronte alle separazioni abbiamo sempre due possibilità: restare arrabbiati o cogliere nella gratitudine il Bello che ci ha lasciato quella relazione, e ripartire. Facile da scrivere questa seconda opzione, difficile però da vivere. Eppure è necessario per non andare avanti come cuori arrabbiati, spenti e inermi. Ogni relazione è chiamata a generare vita, sempre, e poiché cambiamo noi, cambiano anche queste, che vanno sempre riaccolte e riscoperte. E a volte trasformate, lasciando andare ciò che è stato, per fare spazio a ciò che è nuovo e poterlo valorizzare. Ma quanto è difficile: chiede di lasciare spazio, di accogliere il nuovo, di essere liberi da attese e pretese.. Fatiche che poi viviamo anche nella fede perché Dio lo vorremmo come diciamo noi, quando ne abbiamo bisogno e come vogliamo noi. Ma non è così, Gesù ci ha insegnato in tutto il Vangelo che non è preoccupato di assecondare le nostre attese ma di seminare il Suo Amore. E così se ne sale al cielo, perché solo così i discepoli inizieranno a sentirsi investiti della forza dello Spirito Santo, solo così emergerà quanto potenziale c’è in loro e nella loro predicazione. Solo così la relazione con Gesù diventerà capace di germogliare in nuova Vita attraverso la loro stessa imperfetta vita. Come un maestro che lascia che il proprio discepolo prenda il largo, come un genitore che lascia che il proprio figlio muova i passi della propria indipendenza, così Gesù consegna la forza dello Spirito Santo e sale al cielo per essere tutto in tutti e allo stesso tempo per lasciarci liberi e responsabili di poterlo manifestare attraverso le nostre stesse vite. È una separazione ma nei discepoli non crea sconforto bensì crea entusiasmo e nuova linfa vitale, tanto che inizieranno proprio a predicare, a convertire, a guarire non solo il corpo ma soprattutto i cuori più inquieti e alla ricerca di senso e libertà. Possiamo anche noi imparare a vivere così le nostre separazioni. In tutte c’è un germe di bontà che possiamo trasformare in linfa per nuove esperienze e nuova vita. Anche noi come i discepoli siamo investiti di Spirito Santo e proprio questa è la forza che ci consente di ripensarci e di rinascere anche dopo ogni separazione.
Inoltre l’ascesa di Gesù al Cielo è un atto di Libertà per tutti noi, affinché le nostre storie, per quanto dissestate possano sembrarci, diventino storia di Salvezza da raccontare e testimoniare. In tutti noi Lui manifesta la Sua presenza se Gli lasciamo spazio. Ne ha bisogno Gesù per rendere concreto il Suo Amore oggi, ne abbiamo bisogno noi per dare senso e valore alla nostra vita. Amati per Amare, Responsabilizzati per lasciare liberi e responsabilizzare.
Credo che Papa Francesco abbia sintetizzato bene questo concetto nel 2018, durante il Regina Caeli del giorno dell’Ascensione di Gesù, e proprio con le sue parole credo di poter concludere in maniera significativa: “L’Ascensione del Signore al cielo, mentre inaugura una nuova forma di presenza di Gesù in mezzo a noi, ci chiede di avere occhi e cuore per incontrarlo, per servirlo e per testimoniarlo agli altri. Si tratta di essere uomini e donne dell’Ascensione, cioè cercatori di Cristo lungo i sentieri del nostro tempo, portando la sua parola di salvezza sino ai confini della terra. In questo itinerario noi incontriamo Cristo stesso nei fratelli, soprattutto nei più poveri, in quelli che soffrono nella propria carne la dura e mortificante esperienza di vecchie e nuove povertà. Come all’inizio Cristo Risorto inviò i suoi apostoli con la forza dello Spirito Santo, così oggi Egli invia tutti noi, con la stessa forza, per porre segni concreti e visibili di speranza. Perché Gesù ci dà la speranza, se ne è andato in cielo e ha aperto le porte del cielo e la speranza che noi arriveremo lì.”
At 1,1-11 Sal 46 Ef 4,1-13 Mc 16,15-20

“È bene per voi che io me ne vada!” (Giov. 16, 7), e subito dopo “Non mi vedrete più!”. In realtà qualche volta Gesù si fece rivedere apparendo dopo la sua resurrezione, ma questa volta è evidente che davvero apostoli e discepoli non lo rivedranno più. La permanenza del gruppo di seguaci intorno alla persona del Maestro non poteva continuare indefinitamente: non solo perché Gesù dopo passione e morte e resurrezione doveva tornare al Padre, ma perché i popoli di tutto il mondo attendevano l’annuncio della salvezza, possibile solo con il sostegno dello Spirito promesso da Gesù. Si capisce quindi il momentaneo doloroso stupore degli Apostoli, che questa volta capiscono che davvero non rivedranno più l’amato Maestro; ma ciò durerà poco, lasciando il posto alla gloriosa esplosione di grazia della Pentecoste.