Ci sono tre eventi che hanno condizionato la mia meditazione su queste letture: un messaggio arrivatomi con un video preso da Facebook, dove si individuava la causa per la mancanza di giovani in chiesa, nei canti poco coinvolgenti che facciamo durante le nostre celebrazioni. Buona provocazione per i meno avvezzi alla chiesa e alla storia della liturgia degli ultimi 50 anni, perchè subito ho pensato alle “messe beat”, filone inseguito (credo) negli anni ’70 e ripreso con arrangiamenti “innovativi” negli anni ’90, ma che non ha portato grandi risultati. Forse è più profonda la motivazione dell’abbandono delle nostre liturgie e tocca il senso religioso e la capacità di dare importanza alla nostra spiritualità. Contemporaneamente a questo messaggio, vedo in uno dei nostri patronati una riunione “variopinta” di volti e appartenenze religiose ed etniche, e soprattutto vedo volti che da tempo non varcavano la soglia della parrocchia. La riunione era per organizzare un evento, il “Pic Nic del mondo”, momento dove si raccolgono le varie culture che abitano questa parte di quartiere, per vivere un pomeriggio di conoscenza reciproca e di fraternità. Due giorni prima un giovane giornalista mi chiedeva di poter sapere qualcosa circa l’esperienza dell’accoglienza invernale di “senza tetto” fatta nelle tre parrocchie, che ha raccolto quasi settanta volontari, anche questi divisi tra parrocchiani praticanti e persone che gravitano attorno alle nostre realtà e attività.
Se rileggo le letture di questa domenica a partire da questi fatti, mi rendo conto che la chiave di lettura è interessante: Gesù, in questo lungo discorso ai discepoli che l’evangelista Giovanni mette tra la lavanda dei piedi e l’orto degli ulivi, quasi come un testamento spirituale del Messia, sottolinea il precetto dell’Amore come unico ed essenziale elemento che deve contraddistinguere coloro che Lo vogliono seguire e vogliono prolungare, attraverso la loro stessa vita, la Buona Notizia Evangelica. Ad anticipare questo, la prima lettura ci racconta l’esperienza di Pietro che, da evangelizzatore, incontra la sensibilità e il consenso dei pagani sui quali scende abbondante lo Spirito Santo. Loro che sono “categoria” non religiosa e considerata quindi non “sensibile” all’annuncio di Salvezza, si rivelano invece cuori aperti e disponibili al dono dello Spirito che rende entusiasti ed energici evangelizzatori. Cosa dunque può farci rinascere alla vocazione di comunità cristiane credibili ed evangelizzatrici se non l’apertura all’incontro con il prossimo attraverso esperienze di attenzione al prossimo e apertura all’altro, bisognoso o meno che sia? Gesù lo dice apertamente: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.” Gv 15,9. Non siamo chiamati ad inventare escamotage mondani più o meno efficaci (e di buon gusto) per essere coinvolgenti e attraenti, ma siamo chiamati a forme nuove di incontro con il prossimo e di Amore concreto, vissuto attraverso azioni che mettano in gioco la nostra vita trasformandola e convertendola, come quella dei discepoli che prendono atto che, proprio i pagani che loro pensavano lontani e chiusi all’annuncio della Buona Notizia, sono invece coloro che si lasciano conquistare il cuore.
Viviamo un periodo difficile a livello relazionale: amare è un verbo che sempre più perde di forza, inquinato com’è dall’emotività che dilaga nella cultura che viviamo. Amare evangelicamente ha il sapore dell’offerta che Gesù ha fatto di sé stesso, e questo ci porta a considerare l’Amore come un sentimento che sa di progetto, di donazione, non di autogratificazione. Siamo chiamati non servi ma amici perchè sappiamo qual’è il sogno di Dio e siamo chiamati a diventarne collaboratori. Il suo sogno è quello di non escludere nessuno, di toccare, vivificare, risanare il cuore di ogni essere umano su questa terra e noi ne siamo strumenti efficaci e potenti. Ma dobbiamo esserne consapevoli! Bellissimo che Gesù sottolinei che è la gioia ad abitarci quando prendiamo parte a questo flusso d’Amore che lega Dio-Trinità e scende su di noi per essere collante delle nostre relazioni e del nostro impegno verso il prossimo. Una chiesa accogliente e conciliante con le varie sfaccettature controverse di questa nostra umanità, è una chiesa che sa stare dentro le vicende degli uomini e le donne di questo tempo! Non è una chiesa arroccata alle proprie leggi e tradizioni quella che sa dire qualcosa di significativo oggi e sa seminare Vangelo efficace e concreto, ma la chiesa forte di una identità radicata nell’Amore, che lo emana attraverso relazioni di attenzione e apertura.
Mi piace pensare che Gesù ci stimoli ad essere segno, come lo è stato Pietro tra i pagani. Senza paura di “perdere” qualcosa ma condividendo la Grazia dello Spirito Santo e l’entusiasmo della donazione di sé.
At 10,25-27.34-35.44-48 Sal 97 1Gv 4,7-10 Gv 15,9-17

Oggi i nostri fratelli ortodossi festeggiano la Pasqua. Ricordiamoli al Signore e facciamo gli auguri a chi conosciamo.