Domenica 28 aprile – V di Pasqua

Leggendo ripetutamente le letture di questa domenica, c’è un versetto in particolare che mi è rimasto impresso e mi sono trovato a rigirare in me, trovandolo ora nella testa e ora nel cuore. Sono parole usate dall’apostolo Giovanni nella seconda lettura: Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri (1Gv 15,23). Non mi ero mai soffermato così a lungo su questa traduzione dell’apostolo Giovanni del precetto dell’Amore, ma ne ho colto tutta l’intensità e la fatica. 

In un primo momento mi sono trovato a semplificarlo in un ridotto “Credere e Amare”, ma subito mi sono resoconto di quanto sia pericoloso trasformare la Parola in parole, togliendo il contenuto che vuole trasmettere. Così ha fatto ad esempio il triste periodo fascista, che usò un “credere, obbedire, combattere” per portare la buona fede di molte persone ai propri anti-evangelici ideali. L’apostolo Giovanni non ci chiede semplicemente di “credere” ma di “credere nel nome di Gesù Cristo” e di conseguenza di “amarci gli uni gli altri”, e questo ha una connotazione particolare e unica, perché rievoca cosa è stato l’Amore per Gesù. Tornano in mente i suoi incontri, quando, toccando il cuore di uomini e donne inquieti o feriti come Zaccheo, la Samaritana, l’adultera, i tanti malati o il ladrone pentito, ha saputo stravolgere la loro esistenza, amando oltre ogni etichetta e giudizio e mostrando di non temere alcun giudizio umano. Ha inoltre messo in pericolo la sua stessa vita, infrangendo la legge del Sabato, ogni volta che guariva nel giorno sacro del riposo e proprio questa accusa fu una di quelle usate per crocifiggerlo. L’Amore di Gesù ha il dolore del Venerdì Santo, della passione e della croce, e di quella preghiera affannata nell’orto degli ulivi, fatta dopo aver lavato i piedi dei suoi dodici fragili discepoli e aver consegnato sé stesso a loro, istituendo l’Eucaristia. Credere nel nome di Gesù Cristo, significa aver fatto esperienza di questo Amore così Gratuito e Grande che risana, guarisce da ogni solitudine, da ogni giudizio umano, da ogni ferita che la vita sa infliggere dentro di noi. Credere nel nome di Gesù Cristo, significa sapere che amare va oltre l’emotività dello stare bene ma diventa condivisione profonda e autentica di una storia, capace di toccare l’intimità più profonda e di diventarne parte, con la delicatezza e la determinazione che Lui stesso ha vissuto con i suoi e con tutti o tutte coloro ai quali ha stravolto il cuore rendendolo vivo. Credere nel nome di Gesù Cristo significa essere consapevoli che non abbiamo altra chiamata se non quella di essere strumenti del Suo Amore in ogni relazione, ogni ambito e ogni vicenda che segna la nostra esistenza. La voce di questo mondo che giustifica pensieri o scelte di non-amore lì dove umanamente facciamo fatica, non ha nulla a che vedere con la strada di Vita che Lui stesso ci ha indicato. 

Qui trovo la chiave di lettura per interpretare la parabola dei tralci e della Vite che il Vangelo ci propone oggi. Il vignaiolo appassionato che è Dio, lavora perché i tralci, attaccati naturalmente alla vite, possano dare frutto e questo comporta anche la dolorosa potatura di ciò che non porta Vita. I tralci solo se uniti alla vite possono essere vivificanti, così come noi, solo se nutriti dal Suo Amore gratuito e illimitato, possiamo essere strumenti di Amore anche quando amare è difficile. E a volte è proprio difficile Amare! Per questo, rigirando questo versetto dell’apostolo Giovanni tra mente e cuore, ne ho colto anche la fatica. Perché amare significa scegliere, significa compromettersi, a volte significa andare contro sé stessi. I colori dell’Amore non sono solo luminosi e caldi ma a volte sanno essere tremendamente opachi. Amare significa anche tagliare, significa lottare, significa stravolgere i propri progetti, i propri sogni, la propria vita. Per questo abbiamo bisogno di essere nutriti da Lui, perché nella logica umana amiamo limitatamente al ritorno che questo dà a noi stessi, ma solo se uniti e nutriti da Lui possiamo uscire dalla capacità umana e superarci, rendendo l’Amore uno strumento capace di vivificare e guarire. Riscoprire di essere amati così come siamo da Gesù, ci dona la forza di rendere l’amore il nostro linguaggio, il nostro sguardo, il nostro desiderio ultimo di fronte a questa umanità e a questo periodo storico, e questo è controcorrente oggi, vista la negatività e la preoccupazione nelle quali siamo immersi. 

Da dove Ripartire allora? Lasciamoci toccare dal Suo Amore: oggi cerchiamo una chiesa per lasciarci abitare da questa Parola e per ricevere l’Eucaristia; cerchiamola oggi e magari anche nei prossimi giorni, anche solo per un momento silenzioso di intimità con Lui, che ci aiuti a zittire le paure e a riaccendere il cuore.

At 9,26-31   Sal 21   1Gv 3,18-24   Gv 15,1-8

Un commento

  1. Nel passo dell’allegoria della vite e dei tralci varie sono le frasi dal contenuto impegnativo, ma una è veramente categorica, e tale da troncare molti discorsi, seri o meno seri che siano: Giov. 15, 5 “…, perché senza di me non potete far nulla”. L’avvertimento ha valenza tanto individuale quanto generale. Il sottoscritto deve ammettere di essere incorso qualche volta nella vita nell’errore di aver voluto fare di testa sua, senza pensar di chiedere l’illuminazione dello Spirito, l’intercessione della Vergine… Risultato: insuccessi e figuracce il cui ricordo riesce a tutt’oggi mortificante. Il mònito di Gesù vale, dicevo, a tutti i livelli: gruppi, organismi, fino alla Chiesa stessa, qualora fosse tentata di appoggiarsi a sole risorse umane. Senza di Lui veramente non possiamo far nulla!

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