Martedì 27 febbraio

Nel brano di oggi emerge chiaro quanto Gesù non sopporti l’ipocrisia. Accetta i nostri limiti, le nostre fragilità, ma l’ostentazione e l’ipocrisia proprio no. Il nostro tempo non è diverso da quello descritto degli scribi e farisei: il bisogno di apparire a scapito dell’essere. Si può anche arrivare ad usare simboli religiosi ( rosario e crocifisso) per manifestare la propria appartenenza. Ma se vogliamo essere imitatori di Gesù l’atteggiamento deve essere diverso: mettendoci al servizio dei fratelli, facendoci loro compagni di strada, condividendo “gioie e speranze, tristezze e angosce” (Gaudium et Spes).

Mt. 23, 1-12

Un commento

  1. Gesù in questo passo del Vangelo prende di mira con particolare ampiezza l’ipocrisia dei Farisei (ma è ovvio che il difetto, in misura più o meno grande, lo si trova in tutti i tempi e in tutti i luoghi). La parola “ipocrita” in greco significa “attore”: viene quindi rivolta a chi “recita”, rappresenta qualche cosa di diverso da quanto egli è veramente.
    E’ curioso il destino di una frase contenuta in questo passo. Dice Gesù: “Fate e osservate quanto dicono, ma non imitatene l’esempio”. Essa è divenuta un luogo comune dell’anticlericalismo da osteria o da bar: “I preti (giustamente) dicono: ” Fate quello che dico, non fate quello che faccio””.
    Può infine colpirci quanto Gesù dice nell’ultima parte: “Non fatevi chiamare maestri… non date a nessuno sulla terra il nome di padre… non fatevi chiamare guide…” Egli evidentemente raccomanda la più profonda umiltà, invita a non correr dietro a onori e titoli, come facevano i Farisei; ma non intende escluderli in maniera assoluta nella Chiesa: questa è necessariamente gerarchica, in essa non vige un assemblearismo indifferenziato, ma c’è chi è investito di compiti di servizio differenti, che vanno riconosciuti ed esigono che ciò avvenga anche nel linguaggio.

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