Domenica 11 febbraio

“La nonna malata e quella sana, così i miei nipoti distinguono me dalla mia consuocera”. Così mi disse, quasi in lacrime, una neanche tanto anziana signora, mentre si preparava a ricevere la comunione nella sua casa perché, con l’età, le sue gambe si erano fatte fragili e non le permettevano più di camminare sicura. In queste parole c’era tutta la sua frustrazione per un limite difficile da accettare ma ancor più per quell’etichetta che i nipoti (e molto probabilmente i genitori prima di loro), le avevano messo addosso, identificandola con la sua malattia. Proprio come l’uomo che nel Vangelo ci è raccontato andare incontro a Gesù. Non ha nome, è un lebbroso! La malattia è diventata la sua identità. Come “i barboni”, “i tossici”, “i poveri” e tutti coloro che anche oggi identifichiamo genericamente con la fragilità che manifestano più o meno pubblicamente. Per quel lebbroso d’altronde non poteva essere diversamente: nella prima lettura del libro del Levitico, libro di legge, ci è riportata la normativa scritta per coloro che contraevano la lebbra (e quanto ahimè ci suona familiare oggi segnati come siamo dal tempo di pandemia che abbiamo vissuto), ovvero il male fisico va arginato subito affinché non contagi e non si espanda a dismisura e per questo i lebbrosi dovevano essere riconoscibili e allontanati. Vestiti di stracci, tutti alla stessa maniera, vivevano tra di loro in zone separate e lontane dalle persone “sane”. E diventavano “i lebbrosi”, come quella nonnina diventata la “nonna malata”. Fa male quando il tuo limite diventa il “tutto” che schiaccia ogni tentativo di riscatto. Fa male quando ci si dimentica chi sei in nome di ciò che hai fatto o che hai. Fa talmente male che spesso ci convinciamo di essere una malattia, un limite, un errore, un passaggio della vita che ci ha scombinato e trasformato. Abbiamo imparato che ai bambini non si dice che sono cattivi ma che fanno cose cattive, così che non si identifichino mai con le loro marachelle ma sappiano che sono buoni. Lo insegniamo ma spesso non riusciamo a viverlo verso noi stessi e neppure verso gli altri.
Il primo significativo passaggio importante che quest’uomo ci insegna è uscire dal guscio corazzato nel nostro auto-piagnisteo per ritrovare il desiderio di essere risanati. Nessuno può essere aiutato se non permette di farsi aiutare e nessuno può guarire se non si lascia curare e si convince che può essere curato. Quest’uomo si dirige determinato verso Gesù e usa poche ma significative parole: “se vuoi, puoi purificarmi”. Lui ci mette la fiducia e la speranza e a Gesù chiede di metterci la Sua Grazia. È il primo passo verso la rinascita: decidere di voler guarire e cercare fiduciosi in Lui la guarigione, che inizia proprio svestendo i panni della vittima e indossando la determinazione di chi crede nella Vita e nella forza del Suo Amore. Infatti, di fronte a questo uomo, Gesù si ferma e lo incontra, a tu per tu, guardandolo negli occhi, come si incontra una persona. Il primo miracolo che risana è proprio questo: esistere per qualcuno senza etichette ma nella verità. Fantastico Gesù perché di fronte a quell’uomo che cerca riscatto, cerca di essere risanato, di rientrare dentro i panni della Sua vita prima ancora che dentro la società, prova compassione. Non giudizio ma compassione, quel sentimento che ci avvicina alla pena dell’altro, al suo stato di sofferenza, e mette a tacere ogni altra voce e ragione. C’è una sofferenza o una ingiustizia, c’è il dolore per un errore, una fragilità non accettata, c’è un limite umano che emerge prepotente su tutto il resto e Gesù si immedesima in quel dolore e lo sente visceralmente proprio. Un cuore che sente un dolore così non ha alternative e infatti Gesù lo guarisce, lo libera, gli leva di dosso il male che l’aveva annientato a sé stesso e agli altri! Cuori che sentono altri cuori e occhi che si immergono in altri occhi, questo è l’incontro profondo che ci permette di sentire compassione e di diventare uomini e donne strumenti di un Amore che libera e risana. Ne abbiamo bisogno in molti passaggi della vita e ne hanno bisogno molti altri attorno a noi. Di fronte a Gesù possiamo andare come quell’uomo segnato dalla lebbra: con la determinata voglia di ricominciare a vivere! Non esiste freno alla Grazia di Gesù che ridesta vita anche dentro al dolore più profondo e dà senso anche alla condizione che sembra essere irrecuperabile. 
Indossiamo il cuore impavido dell’uomo malato per rivolgerci convinti a Gesù, chiedendo di essere toccati e risanati; ma indossiamo anche il lo sguardo compassionevole di Gesù che non etichetta ma incontra e vede oltre l’apparenza, ritrovando la bellezza di ogni essere umano.

Lv 13,1-2.45-46   Sal 31   1Cor 10,31-11,1   Mc 1,40-45

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