da “Rocca periodico” 15.8.23 – 1.9.23
Mi si chiede di ragionare intorno al rapporto tra i cattolici e la politica, con un occhio di riguardo al contesto italiano. Un tema, diciamolo francamente, abbondantemente indagato. Perfino troppo. Al punto da venire a noia. Che altro si può aggiungere a ciò che già si è udito e scritto mille volte? Forse − questo ho pensato − solo qualche messa a punto preliminare utile a sgombrare il campo dai tanti, troppi cumuli di confusione, luoghi comuni, fraintendimenti che gravano sulla questione.
A puro titolo di esempio, si pensi alla diffusa tendenza a fare coincidere il segno caratteristico del contributo cattolico alla politica con la cifra del moderatismo reale o supposto di marca Dc (che in realtà fu realtà politica assai più complessa). Oppure si prenda un assunto corrente: l’attuale, lamentata irrilevanza dei cattolici nella politica italiana. Assunto sul quale meriterebbe sostare, domandandosi in che senso. Lo si può sostenere – ne convengo – in un senso sostanziale, cioè con riguardo a certe istanze di valore strettamente connesse al Vangelo e all’insegnamento sociale cristiano. Ancora, lo si può argomentare considerando la marginalità o la quasi sparizione di formazioni politiche dalla sigla cristiana (che poi la cosa sia un bene o un male è ancora un altro problema).
Ma si potrebbe sostenere l’esatto contrario se, per esempio, osservassimo la presenza ai più alti livelli dello Stato, dal Quirinale in giù, di personalità dichiaratamente cattoliche. A ben riflettere persino una sovra-rappresentazione di cattolici nelle istituzioni in un Paese nel quale sempre più manifestamente i cattolici costituiscono una minoranza nella cultura, nella società, nell’economia, nelle professioni. Specie se, alla scuola del cardinal Martini, anziché parlare genericamente e indistintamente di cattolici, dentro quel soggetto plurale, con un approccio più analitico, imparassimo a operare distinzioni. Qualcuno forse ricorderà la metafora martiniana dell’albero: tra i credenti – notava Martini – si devono distinguere le foglie, i rami, il tronco, le radici, la linfa. Radici e linfa, cioè i credenti consapevoli e praticanti, sono una stretta minoranza. E il quadro da allora semmai si è fatto ancora più problematico.
Buona parte dei luoghi comuni e degli equivoci che aleggiano sulla questione, a mio avviso, sono riconducibili alla peculiarità della storia politica e religiosa italiana. Due peculiarità in particolare:
a) la questione romana, il conflitto tra Stato e Chiesa, la cui coda è stata, e forse tuttora è, nelle coscienze e nella cultura di cattolici e non, più lunga di quanto noi stessi non ne siamo consapevoli;
b) la Democrazia cristiana, partito formalmente laico ed elettoralmente composito (una «grande convenzione di consensi» lo definì Gabriele De Rosa) ma sostenuto più o meno apertamente dalle gerarchie, espressione della (quasi) unità politica dei cattolici, che, per mezzo secolo, è stato partito di maggioranza relativa e che dunque, proprio a motivo del suo tempo lungo, ha oscurato la consapevolezza comune che si sia trattato di una parentesi, ancorché, ripeto, decisamente estesa. Una parentesi irripetibile.
Lo ha sempre rimarcato un testimone-protagonista autorevolissimo come Giuseppe Dossetti: a suo dire, la rinascita di qualcosa che somigli alla Dc è persino più improbabile della rinascita del comunismo, tanto singolari e irripetibili sono le condizioni storiche, culturali e religiose che ne propiziarono la nascita e lo sviluppo. Eppure, tanta parte delle illusioni ottiche e, ripeto, dei lunghi comuni che vischiosamente sopravvivono anche oggi in certi giudizi correnti sembrano esorcizzare quella cesura. Sia nel segno di una malcelata nostalgia, sia, all’opposto, tra i detrattori, nella preoccupazione che il fantasma della Dc possa riaffacciarsi.
Ma veniamo al punto. Ed anzi «ai punti». Il cenno che si è fatto alla storia nostrana e alla sua singolarità suggerisce di operare qualche chiarimento di fondo, preliminare e dirimente. Pena non intendersi.
Il primo, avvalorato dall’intero più tradizionale magistero ecclesiastico, è la distinzionetra Chiesa e comunità politica. Già Sturzo lo fissò icasticamente: la religione è il regno dell’universalità, la politica della parzialità. Il cattolico è una categoria religiosa e non politica. Non a caso, egli mai, con il suo Partito Popolare, pretese di rappresentare l’unità politico dei cattolici. Se lo propose la Dc, ma, di nuovo, per ragioni storiche contingenti ancorché dilatate nel tempo. Eppure, ancora oggi, nel discorso pubblico e nel senso comune, spesso si equivoca. Anche tra gli addetti ai lavori, politici e opinionisti. Che so? Il disagio dei cattolici (?) nel Pd; il cattolicesimo come cemento ideologico della destra nazionalista… Una politicizzazione surrettizia e impropria dei concetti di cattolico e di cattolicesimo.
Del tempo della opposizione tra Stato e Chiesa, in certi settori cattolici, sopravvive una certa diffidenza verso lo Stato e le sue istituzioni. Quasi fossero estranee se non ostili. Come se, assai più che con il Concordato aggiornato nel 1984, con la Costituzione repubblicana, e grazie al decisivo e illuminato contributo dci costituenti di parte cattolica, lo Stato non abbia preso il volto amico della «casa comune». Giuseppe Lazzati, educatore e politico, maestro di più generazioni del laicato cattolico, fu tra i primi e il più lucido nell’argomentare una nitida distinzione tra «azione cattolica» (evangelizzazione) e «azione politica» in contrasto con la confusione dei piani praticata dall’Azione cattolica del tempo guidata da Luigi Gedda con i suoi Comitati civici e tuttavia proprio Lazzati, contestualmente e poi per tutta la vita, predicò il dovere inderogabile dci credenti di «fare politica» (in senso lato), di edificare la città dell’uomo, cooperando cordialmente con tutti gli uomini di buona volontà. Un dovere persino vocazionalmente motivato. Oggi usa citare Paolo VI – in verità ancor prima lo enunciò Pio XI – circa la politica come forma moderna della virtù teologale della carità.
Una medesima fede non di necessità conduce a uno e un solo orientamento politico, nel voto e nella militanza. La relativa eccezione nostrana già menzionata (la Dc come riferimento unitario, per altro mai in senso assoluto) è una eccezione e non la regola. È semmai il pluralismo la regola. In un sintetico e lucido volumetto titolato Cattolicesimi politici al plurale, Ilario Bertoletti ne illustra tre idealtipi (a loro volta generatori di ulteriori e molteplici varianti): i cattolici conservatori, i cattolici liberali, i cattolici democratici. Un’articolazione già in nuce riscontrabile dentro la vicenda lunga del movimento cattolico tra Otto e Novecento. Eppure, ancora oggi, si parla genericamente di cattolici, facendo confusione. In politica si dovrebbe diffidare di chi parla di cattolici senza aggettivi. Quali cattolici? si dovrebbe sempre chiedere di precisare. Gli stessi cosiddetti cattolici democratici sono parte e non il tutto del cattolicesimo politico, categoria decisamente più larga e comprensiva. Esemplifico: essi, i cattolici democratici, si definiscono per due tratti qualificanti: l’autonomia/laicità della politica e dello Stato e un orientamento naturaliter riformatore e progressista.
Il legittimo e fisiologico pluralismo politico in campo cattolico tuttavia non è (non dovrebbe essere) senza limiti. Una ispirazione cristiana presa sul serio e non solo declamata prescriverebbe che si tracciassero alcuni confini. Non è necessario evocare «principi non negoziabili» spesso forzosamente, autoritariamente (e clericalmente) dettati dall’alto; non è di grande aiuto proclamare principi formali astratti per sé ineccepibili ma che devono essere implementati nella polis grazie appunto alla mediazione politica di laici cristiani impegnati e responsabili. Per stabilire tali limiti al pluralismo legittimo in concreto meglio sarebbe bene affidarsi all’esercizio di un libero, responsabile discernimento etico-politico dentro la comunità cristiana, operato insieme da pastori e laici, che, in materia, dovrebbero vantare (coltivandola!) una peculiare competenza. E tuttavia è indubitabile che si diano politiche in manifesto contrasto con una ispirazione cristiana che ricomprendono ma non si esauriscono nelle cosiddette questioni eticamente sensibili. Lo sono quelle che riguardano l’inizio e la fine della vita, ma anche quelle che attengono al tempo della vita… «durante», nel suo svolgimento.
Nonostante che, come osservato, in punto di principio, si diano limiti al pluralismo politico legittimo e coerente con una ispirazione cristiana, in via di fatto, tutte le rilevazioni documentano come la distribuzione del voto e delle appartenenze politiche dei cattolici italiani (qui intesi come coloro che pressoché assiduamente partecipano alla Messa domenicale) non si discostino significativamente da quelli degli altri cittadini. Può piacere o non piacere, può essere considerato giusto o problematico. Ma così stanno le cose. È bene esserne consapevoli, di nuovo, per evitare giudizi frettolosi e superficiali che proiettano sulle realtà nostre precomprensioni, positive e negative.
Penso che andrebbe bandito esplicitamente l’uso politico della religione e, segnatamente, la riduzione del cristianesimo a religione civile, a ideologia del potere costituito. Una deriva in corso in certi regimi autoritari o comunque illiberali in Europa. Più sottile, ma non meno fuorviante, a mio avviso, la dottrina dell’occidente cristiano che si oppone alle altre civiltà. Un conto è la inconfutabile verità storica del rilievo del cristianesimo nel forgiare la civiltà occidentale ed europea, altro conto è fare dell’occidente il perfetto e univoco paradigma della civilizzazione del cristianesimo (come non vederne la distanza critica sotto molti e decisivi profili?), contraddicendone la vocazione e missione universalistica. La guerra in Ucraina alimenta un certo manicheismo e la rappresentazione di un Occidente liberale presunto cristiano che si opporrebbe ad imperi e civiltà altre e ostili (in realtà, nonostante la malvagia di Putin, anche la Russia vanta radici cristiane).
Alla luce di queste essenziali messe a punto, oso fare una confidenza che, me ne rendo conto, può esser fraintesa. Nonostante mi sia occupato a lungo e in vario modo del rapporto tra cattolici e politica, sono approdato a una convinzione un po’ radicale. Quando si ragiona di politica, sarebbe bene essere sobri e parsimoniosi nell’evocare la fede e il cristianesimo. Farlo il meno possibile. Troppi gli equivoci e le possibili strumentalizzazioni. Meglio evitare. Nell’interesse della fede e della stessa politica. Entrambe troppo serie e impegnative per esporle alle suddette insidie. Troppo spesso si è fatto e tuttora si fa appello al cristianesimo semplicemente per surrogare un difetto di autonoma e creativa elaborazione politica. A copertura di una pigrizia intellettuale e pratica. Per tacere di certa dissimulazione e ipocrisia. In Italia, altrove non so e non azzardo, la coltre di equivoci è troppo spessa, al punto di pregiudicare anche le migliori intenzioni.
Franco Monaco

Condivido questo bel saggio, soprattutto l’ultima parte: non essere prevenuti su politiche che possiamo non condividere e non pretendere di giudicare queste politiche appellandoci alla nostra interpretazione alla luce del nostro credo