Cari fratelli e sorelle,
il Vangelo di oggi ci consegna un’immagine sorprendente: i discepoli sono chiusi dentro il Cenacolo, “per timore dei Giudei”. Sono blindati. La paura li ha sigillati lì dentro, ha chiuso le porte, ha messo il chiavistello al loro cuore. La paura ha questo potere terribile: ci paralizza, ci impedisce di vivere, ci fa rinchiudere nelle stanze interiori. Ci toglie il senso delle cose.
Quante volte anche noi, nella vita, abbiamo conosciuto questa paura. Quante volte ci siamo chiesti: che senso ha tutto questo? Che cosa ha in mente il Signore per la mia vita?
Voglio condividere con voi, semplicemente, la mia fatica di prete di queste settimane. Un’amica mi telefona: “Don Giovanni, prega per mia sorella, le hanno trovato un brutto tumore, ormai non c’è più nulla da fare”. Un’altra persona mi dice: “Ho deciso di interrompere la gravidanza”. Un amico: “Ho perso il lavoro”. Un’altra ancora: “Sono affaticata nel rapporto con mio marito”. Lo ammetto davanti a voi: davanti a queste storie — e ce ne sarebbero molte altre — mi sono sentito affaticato. Mi sono sentito esattamente come quei discepoli. Anch’io ho avuto voglia di chiudere la porta del Cenacolo, di blindarmi, perché la vita, certe volte, fa davvero paura.
Eppure — ed è qui il miracolo della Pentecoste — dentro questa blindatura, Cristo Risorto entra. Non bussa: entra. Non chiede permesso: irrompe. Attraversa le porte chiuse della nostra paura. E la prima parola che pronuncia non è un rimprovero, non è una spiegazione: è “Pace a voi”.
Il Cardinale Pizzaballa, da Gerusalemme — cioè da una terra che di pace ne sa qualcosa, e di guerra anche — ci ha ricordato più volte che la pace di Cristo non è l’assenza di problemi, non è la garanzia che tutto andrà bene. È qualcosa di più profondo: è una Presenza dentro le ferite. Gesù entra e mostra le piaghe — non le nasconde, le mostra — e dice: “Pace”. Le sue piaghe e le nostre, e su tutto la sua pace.
E allora ripenso a quante volte — senza rendermene conto — il Signore Gesù mi ha donato la sua pace dentro le situazioni difficili. Non togliendo il problema, ma attraverso un rapporto, un’amicizia, un incontro inatteso, una compagnia, una parola arrivata al momento giusto. il cristianesimo È un Incontro. E Cristo continua ad accadere, oggi, nei volti concreti delle persone che ci stanno accanto, nei gesti piccoli che riceviamo e che sono — se ci pensate bene — la modalità con cui Lui attraversa i muri delle nostre paure.
“Detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo”. Questo è il dono della Pentecoste. Lo Spirito Santo non è una forza astratta: è il respiro stesso del Risorto dentro di noi. E che cosa fa lo Spirito? Trasforma. Questo fa: trasforma.
Ma attenzione: lo Spirito ci trasforma senza snaturarci. Non ci rende altro da quello che siamo. Continuiamo a essere fragili, piccoli, poveri. L’occhio vede questo, e dice il vero. Ma c’è una verità più profonda che l’occhio non vede: Dio abita questa povertà. Abita la mia povera casa, il mio corpo stanco, i miei sentimenti contorti.
Resto povero all’esterno, ma Dio all’interno. Questa è la Pentecoste: la festa in cui Dio si immischia, si intromette dentro la nostra carne. Non aspetta che siamo perfetti: viene nel Cenacolo blindato. Non aspetta che siamo coraggiosi: vince Lui la nostra paura. Non aspetta che siamo grandi: abita Lui la nostra piccolezza.
Fratelli e sorelle, oggi è la festa di un Dio che attraversa le porte chiuse. Anche le nostre. Soprattutto le nostre. Lasciamoci raggiungere. Lasciamoci dire “Pace a te”. E poi lasciamo che lo Spirito apra quelle porte, e ci mandi fuori. Come gli apostoli, dal Cenacolo alla piazza, a dire a tutti, ciascuno nella propria lingua, che Dio è qui. In mezzo a noi. Nella nostra carne. Adesso.
Amen.

GRAZIE