Domenica 25 agosto

Gesù è all’epilogo del difficile confronto con i Giudei dopo la moltiplicazione (condivisione) dei pani e dei pesci e vede allontanarsi la folla che prima lo acclamava e lo cercava. Tocca ai discepoli ora decidere se seguirlo ancora o meno. Ha chiarito che non è il dio bacchetta magica e ha chiarito che seguire Lui significa vivere la propria esistenza con tutte le sue sfide. Pietro risponderà a fine Vangelo con una affermazione significativa: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,69) e di questo responso del discepolo a noi restano impresse le prime parole ovvero il riconoscimento che Gesù solo è vita per noi. Ma Pietro più avanti afferma che loro, i discepoli, hanno “creduto e conosciuto” e questo passaggio lo trovo pregnante in questa domenica di fine estate. Credere e Conoscere, due verbi che dicono coinvolgimento e adesione piena a Gesù. I discepoli hanno seguito il Maestro lasciando ogni cosa per pura fiducia in Lui, per come si sono sentiti chiamati, per uno sguardo diverso, una proposta diversa… non lo sappiamo, ma sappiamo che, non conoscendolo, si sono fidati. Ma Pietro aggiunge anche “conosciuto”! Alla fiducia iniziale è seguita una esperienza diretta che ha reso loro partecipi della Sua predicazione e della Verità del Sua annuncio. Per questo, anche se le parole di Gesù sono dure, non intaccano la loro adesione e la loro sequela.

Ogni credente vive questa dinamica interiore, anche io e anche tu. Crediamo per fiducia in chi ci introduce alla Fede ma poi abbiamo bisogno di conoscere, sperimentare, come vorrà fare Tommaso con il Risorto. Fede non vuol dire fredde pratiche abitudinarie e neppure una legge morale di valori da seguire. Fede è sperimentare che ciò che Gesù afferma anche oggi, per noi, è Vita per i miei progetti, per la mia dignità, per la bellezza di questa nostra esistenza, per la salvaguardia di ogni creatura. Ma abbiamo bisogno di dare fiducia (credere) e di fare il passo in avanti per sperimentare (conoscere) affinché la Parola risuoni nella nostra vita, seppur fragile, altrimenti, come i Giudei, alla prima difficoltà ci allontaneremo. Bellissima la prima lettura dove il popolo risponde a Giosuè che abbandona le false divinità per seguire solo il Dio d’Israele: significa rompere alleanze d’interesse con gli altri popoli; significa inimicarsi tribù straniere; significa ristabilire un equilibrio nelle proprie abitudini in base alla legge di Israele. Hanno sperimentato che solo in Dio c’è salvezza e forza e sono pronti a questo passo.

Sono convinto che abbiamo bisogno di vivere in pienezza il Vangelo per poterne sperimentare la verità e l’autentico bene che esso apporta alla nostra esistenza, anche quando ci scuote facendoci uscire dalle nostre “comfort zone” o quando ci muove verso passi che, umanamente, fatichiamo a fare. Ad esempio impegnandoci ad abbandonare l’idea moralistica di un Dio che da me pretende che io sia perfetto e giusto: quante volte abbiamo chiaro cosa dovremmo fare ma non ce la facciamo a realizzarlo o quante volte la vita ci spoglia delle nostre giustificazioni, mostrandoci quanto abbiamo bisogno di convertire aspetti incrinati del nostro carattere. E il risultato è che ci sentiamo lontani da Dio, indegni, e ci allontaniamo, mentre Lui è sguardo che guarisce e dà forza. Convertire l’idea di un Dio moralista significa proprio lasciarci abitare quando meno ci sentiamo degni! O ancora prendere seriamente quegli inviti del Vangelo che invece vorremmo stracciare, come l’invito a perdonare, ad essere strumenti di Amore sempre e comunque. Non ci crediamo che sia una strada che porta ad un bene per noi e gli altri e ci chiudiamo nelle logiche di questo mondo che ci permette di percorrere altre strade di fronte ai conflitti. Ma se ci fidiamo e decidiamo di sperimentare anche queste vie scoscese e impopolari, allora potremo dire come Pietro “abbiamo creduto e conosciuto”. Mi ha fatto piacere sentire dei giovani cambiare idea sui migranti, fin prima visti solo come un problema o come un pericolo, dopo averli incontrati. Fare esperienza significa abbattere muri, vivere sulla propria pelle, lasciarsi plasmare e noi siamo chiamati a far questo lasciando spazio a Dio attraverso il Vangelo e l’adesione ai sacramenti. La Fede ci chiede questo: credere e, dopo un atto di fiducia, immergerci dentro la Sua Verità che per ogni essere umano è Vita. Questa professione di fede di Pietro, possa ridestare ogni nostro cammino di fede e di vita!

Gs 24,1-2.15-17.18   Sal 33   Ef 5,21-32   Gv 6,60-69

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