Le difficoltà della vita possono svuotarci e lasciarci senza speranza, ridurci a un mucchio di ossa inaridite. Vite spente, corpi dimenticati dagli altri e da noi stessi. Il nostro corpo può anche essere sano e in forze, ma noi essere morti dentro. Dio non ci abbandona in questo deserto: Lui, che ci ha creato una volta, ci ricrea quando ormai ci crediamo finiti; ci ridona la vita quando pensiamo di averla perduta. Il suo Spirito continua a soffiare su di noi e ci fa uscire dai nostri sepolcri, perché possiamo tornare ad amare Lui e il prossimo.
Ez 38,1-14; Mt 22,34-40

I due massimi comandamenti in cui si riassumono tutta la legge e i profeti sono indubbiamente chiari, ma, a rifletterci un po’, non appaiono altrettanto facili ad adempiere. La difficoltà del primo sta in quel “tutto” ripetuto tre volte. Se abbiamo cuore, mente, forze occupati, tutti o in parte, non diciamo nel soddisfare vizi, ma nel conseguire le cose del mondo, nella dedizione stessa ai nostri affetti, come possiamo amare Dio con TUTTO il cuore, ecc? La domanda non è facile.
Venendo al secondo comandamento, che sembra invero più facile del primo avendo come secondo termine di paragone una realtà terrena, che dovremmo ben conoscere, qual è quella di noi stessi, chiediamoci: che cosa vuol dire amare sé stessi? Può dire che amiamo veramente noi stessi se per noi desideriamo le cose del mondo, se cerchiamo denaro, lusso, piaceri? Se tra le cose che cerchiamo non c’è la nostra salvezza? Possiamo amare Dio se amiamo noi stessi in tale modo?