Venerdì 8 marzo

Quando la Parola ci invita, come oggi, a riconoscere e amare un solo e unico Dio, ci mette in guardia dal mettere al centro della nostra vita qualunque altra cosa; gli esempi più comuni di idoli sono il denaro o il successo, ma forse possiamo considerare anche idoli che abbiano una connotazione non negativa, come la famiglia o la giustizia: per quanto siano realtà da difendere e coltivare, il nostro primo pensiero deve essere sempre Dio. C’è una frase, però, che oggi mi ha colpito in modo particolare: “Non chiameremo più dio nostro l’opera della nostre mani”. Mi sembra che ci ammonisca non tanto dal confondere Dio con qualcos’altro, quanto da costruirci un dio personale, un dio come lo vorremmo noi, che risponda alle nostre esigenze, inevitabilmente diverso per ciascuno. Dio è uno solo e non può essere opera dei nostri pensieri, perché le creature siamo noi.

Os 14,2-10; Mc 12,28-34

Un commento

  1. Il.passo di s. Marco propone i due comandamenti fondamentali della fede: l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Per vederci più chiaro è opportuno partire dal secondo, che investe solo il mondo terrestre, pur essendo “simile al primo”. Quindi per poter amare il prossimo bisogna saper amare se stessi. Ama veramente sé stesso uno che anzi tutto vuole conservarsi, vuole essere salvo. Chi non si pone il problema della sua salvezza, ma pensa solo ad altre cose, non ama sé stesso, e quindi neanche il prossimo, anche se eventualmente si illude di un po’ della filantropia di cui abbonda, pur spesso solo a parole, il mondo di oggi.
    Difficilmente il tali condizioni si può adempiere al primo comandamento, cui il secondo è simile. E allora o si finisce nell’ateismo pratico (cioè si vive come se Dio non esistesse), o si fa come è scritto nel Commento: si costruisce un Dio con le proprie mani, il quale corrisponderà alle proprie tendenze o alle aspirazioni mondane.

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