Domenica 2 marzo

Il capitolo 6 del Vangelo di Luca raccoglie una serie di passaggi importanti nella predicazione di Gesù: apre con l’insegnamento sulla legge che impone agli ebrei di non lavorare di Sabato ma che non può mai essere motivo di mancanza di carità verso i bisognosi; continua con la scelta dei dodici; la predicazione delle Beatitudini e una serie di insegnamenti sull’Amore come strumento unico per affrontare ogni aspetto della proprio vita. A seguito di tutti questi insegnamenti, Gesù prosegue con questa pagina che la domenica che stiamo vivendo ci propone e alla quale fa eco la prima lettura dal libro del Siracide, che sicuramente Gesù conosceva bene. Un insegnamento prezioso per quei discepoli che lo seguivano e che piano piano diventavano sempre più gruppo, famiglia, comunità. Quasi Gesù volesse rendere ancora più concreta la legge dell’Amore, a partire proprio dal vissuto di uomini (e donne del gruppo allargato dei discepoli) e di ogni comunità che sarebbe sorta sul suo nome.
Il testo apre con una parabola ad effetto dove Gesù afferma una ovvietà ovvero che un cieo non può essere guida ad un altro cieco, che tradotto significa che per essere servitori del prossimo dobbiamo essere uomini e donne che si mettono in discussione, che si lasciano “abitare” dallo Spirito, si lasciano guarire dalla misericordia, perché solo un cuore risanato sa risanare e solo un animo libero sa amare. E noi siamo chiamati proprio a questo: come suoi discepoli dobbiamo prenderci carico gli uni degli altri e non ad essere isole più o meno felici, occupati ad accrescere noi stessi in una prospettiva intimista e privata. Nell’epoca dell’individualismo esasperato in cui siamo, questa pagina risulta essere un insegnamento controcorrente e ci richiama ad uno stile indispensabile per essere fraterni ed efficacemente caritatevoli verso coloro che hanno bisogno di noi. Gesù, per essere compreso (come fa spesso), usa l’esempio della pagliuzza che voglio togliere dall’occhio dell’amico quando nel mio c’è una trave. Non dice di non togliere la pagliuzza, ma di togliere prima la trave per poter togliere la pagliuzza. Noi spesso pensiamo di non togliere nè l’una nè l’altra ma l’Amore non è mai disinteresse per il prossimo. Vanno tolte entrambe e prima penserò a rendere sano il mio occhio e poi renderò sano quello del mio fratello. Vien da pensare alla fatica che viviamo nelle nostre comunità nella correzione fraterna e nello sguardo misericordioso e paziente che è sempre necessario dentro ad un gruppo che vuole vivere la fraternità. Quante volte incontriamo persone che si vantano di essere sincere affermando che “quello che penso lo dico senza peli sulla lingua”, quasi fosse un merito. Mi sono sempre chiesto se quello che dicono è mai stato chiesto di saperlo proprio da loro e se davvero è importante e risanante. Lo è solo ed esclusivamente se detto con carità, con quel carico di amore che trasmette non un giudizio ma un aiuto, non un distruggere ma un costruire. Solo quando avrò sperimentato su di me l’efficacia risanante di una correzione detta con amore allora saprò anch’io usare la giusta carità nel correggere; solo quando avrò lavorato sulla mia capacità di accogliere una correzione fatta per soccorrermi allora saprò anch’io correggere senza ferire. E quanto prezioso è sentirsi raccolti, corretti, guariti ed accompagnati nel momento in cui siamo fragili o stiamo percorrendo strade sbagliate e cieche. Certo, è più facile “farsi gli affari propri” ma non è l’atteggiamento evangelico di una comunità e soprattutto non è lo stile che sa costruire relazioni significative dove Gesù si rivela come Dio che ci accompagna e ci guida. Una Comunità che non si fonda su questo stile di attenzione reciproca e di dedizione caritatevole, non è una comunità ma un gruppo che, per quanto affiatato, non sarà mai testimonianza di Vangelo. Per fare questo dobbiamo essere innanzitutto onesti con noi stessi, riconoscere le nostre cecità e le nostre fragilità e lasciarci guarire per essere a nostra volta guaritori. Credo che spesso le chiacchiere circa questo o quest’altro nascano dalle nostre insicurezze o da sentimenti negativi mai educati a diventare forza propositiva. Quando qualcuno si rivolge a noi con sterili critiche o con giudizi spietati, prima di tutto è lui che deve far pace con se stesso e deve imparare l’arte di amare. Ugualmente quando qualcuno si prodiga per correggerci con uno stile costruttivo e amorevole, dovremmo mettere da parte il nostro lato permaloso e orgoglioso e accoglierlo come un dono. Perché qui ci giochiamo il Vangelo dell’Amore, sia nel togliere che nel lasciarci togliere quelle pagliuzze che non ci permettono di vedere.
Bellissima la conclusione: albero buono, frutti buoni. Un albero che si abbevera al Vangelo della Sua Misericordia e del Suo Amore è un albero che sa trasmettere a sua volta Misericordia e Amore nelle parole e nelle azioni. La Quaresima ormai alle porte sia scuola di verità e umiltà per diventare guaritori guariti!

Sir 27,5-8   Sal 91   1Cor 15,54-58   Lc 6,39-45

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