…medico in tempo di Covid

Dov’è o morte il tuo pungiglione? ( S.Paolo 1 Cor.)

Al telegiornale :”Abbiamo bisogno!  Occorre aiuto. È giunto un gruppo di medici albanesi; sono in arrivo medici cubani; è arrivato un gruppo di medici militari russi….”
Le informazioni erano sempre più allarmanti ,la televisione continuava a riferire numeri preoccupanti,  il numero dei contagi cresceva in maniera esponenziale, in aumento i decessi. “Lockdown”, ” zona rossa “,” io resto a casa…” Non si conosce la malattia…, non sappiamo… ! “Paziente zero” 
“Andrà tutto bene!” 
Chiedilo un po’ ai familiari dei deceduti…!
Protezione Civile, Croce Rossa, Uls, Caritas, tutti  hanno bisogno di persone.
Può un medico libero da impegni di lavoro ignorare questa situazione?  Sì  sì certamente, uno può dire : ho già dato! Sono a posto ,Sono  in pensione…!
Ma io no , io invece non potevo farlo…
Così diedi la mia disponibilità in quel famoso sabato in cui risposero 8000 colleghi alla richiesta della Protezione Civile. Diedi il mio nome anche alla Croce Rossa e all’Azienda 0 del Veneto. 
Ecco mi sento a posto, ipocritamente:”Tanto non mi chiameranno….quando vedranno l’età: 64! mi scarteranno” mi son detto : “chiameranno i giovani.”
Una settimana dopo, domenica 29 marzo alle 15,30, ricevo la telefonata di convocazione dall’ufficio personale dell’uls 3 Serenissima. 
E mo’ che faccio?!
O Signore! e se mi ammalo come tanti medici? mia moglie? i miei figli?
Quanti pensieri in pochi secondi… se consideri tutti i rischi, non fai più niente mi son detto,  per non aggiungere che mi sarei rimproverato per tutta la vita di non aver dato la disponibilità; quella volta nostro Signore fece  ben di più, e TUTTI  lo avevano abbandonato.
E insomma ho detto sì e sono andato…
L’ospedale è sempre un posto di sofferenza, di malattia e di abbandono, nulla di nuovo per me medico; avevo già visto persone morire in solitudine assoluta, non si creda, è sempre più frequente!  buona parte degli anziani muore lontano dai famigliari.
Tante volte, nella mia vita lavorativa di medico, chiamai figli nella notte, per avvisare del decesso del padre o della madre. 
Ma questa volta è tutto diverso perché la quarantena impone l’isolamento per TUTTI  e nel momento  in cui un paziente viene  ricoverato nessuno della famiglia lo  può più vedere …..e le settimane passano….! In alcuni casi anche due mesi.
Non ho lavorato in una terapia intensiva  ma in un reparto Covid.
Nel mio reparto si accettavano le persone con la polmonite in fase iniziale, poteva decorrere così o peggiorare…
Quei pochi giovani che ho visto erano baldanzosi e forti, fisico di ferro, nessuna patologia pregressa, convinti di “cavarsela” in poco tempo perché sicuri di sè, ma anche loro hanno toccato con mano la realtà… mancanza di respiro… affaticamento… i giorni che passavano tutti uguali, in solitudine e loro sempre ricoverati, la malattia non ha età…
Ho visto tanti anziani, in alcuni di loro la fiducia e il coraggio erano presenti, ma nell’acme della malattia vacillavano e non avevano familiari vicini, soltanto noi… tutti “scafandrati”, irriconoscibili…
Il carattere dominante della polmonite da COVID19 è l’insufficienza respiratoria più o meno grave, (in pratica è la sensazione che si prova quando tratteniamo il respiro il più a lungo possibile, ma moltiplicata n volte: manca l’aria , ti senti soffocare, ti senti  morire….)  
La terapia principale consiste nella somministrazione di O2 ad alto flusso con una maschera che copre naso e bocca e deve essere ben adesa alla faccia per evitare dispersione di O2 e del virus. Per questo motivo è molto poco tollerabile, le persone se la tolgono, la staccano dal volto, segnato dalla pressione dei contorni della maschera.
Quindi le stanze di degenza sono sature di aerosol e “droplets” (le famose particelle emesse con l’espirazione); dentro si va solo “bardati” : primo strato: il più interno:casacca e pantaloni; poi tuta con cappuccio (la tuta non era in dotazione per i medici ,ma vista la situazione,per maggior sicurezza ce la siamo comprata,una per ogni giorno od occasione, non essendo riutilizzabile) guanti, calzari, gambali, a questo punto si indossa il camice impermeabile, un secondo paio di guanti, cuffia, maschera FFP2, occhiali protettivi e visiera.
Solo così si può entrare nelle stanze di degenza: i p.ti sono a letto e con la maschera per l’O2, alcuni vigili e attivi altri torpidi, un po “spenti” (sono coloro la cui degenza dura da più tempo). Non vedono i famigliari da settimane… soltanto noi, personale sanitario, che abbiamo il volto coperto e voce ovattata perché nascosti dalla maschera e dalla visiera.
Come può un ammalato e per di più anziano affrontare tutto ciò?! Questo è stato il grandissimo problema per quelle persone unitamente alla sofferenza. 
Per non parlare di coloro cui è stato imposto il “casco” o, peggio ancora, l’intubazione!
Le persone più lucide appaiono serene e fiduciose, si appoggiano a te (capisci che devi dedicare  loro del tempo, sono persone) e con loro riesci a scherzare e ad alleggerire l’atmosfera, le rincuori.
Poi, nel silenzio dello studio quando sei lontano da loro, ci ripensi e resti ammirato, colpito da tanta forza e coraggio.
Ti chiedi se sia dovuto ad incoscienza e a incompleta comprensione della problematica, in parte anche sì, ma soprattutto, almeno secondo me, è dovuto alla grande forza insita nell’animo umano che ha una Speranza innata per cui avverte che c’è “un di più…” che non può finire tutto con la morte.
E questo l’ho visto in tante persone nella mia vita lavorativa e non soltanto nei due mesi di COVID.
Alla fine giornata ogni medico doveva affrontare telefonicamente i familiari e  questo momento non è stato facile. Quante domande…avrei voluto dare  buone notizie, ma non sempre era possibile e le telefonate più faticose sono state quando ho dovuto comunicare il decesso : “ non ce l’ha fatta, mi dispiace…” il silenzio, poi avverti il dolore, la sofferenza del familiare che non ha potuto stare vicino alla sua mamma o papà, non ha potuto stringere la mano, dare un bacio…solo tu sei stato vicino e quindi ti  rendi conto che non puoi fare solo il medico ma devi cercare di essere anche un amico, un fratello… 

Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Se devo dire davvero: non mi ha insegnato niente di più di ciò che, come operatore sanitario e medico, già sapevo. 
Mi sono però reso conto ancora di più che tante persone avevano dimenticato o rimosso la MORTE. Come spesso ho avuto occasione di dire, la vita è più forte di noi, piccoli uomini: tanto nel suo inizio, quanto nella sua fine: quando il parto è iniziato nessuno lo può fermare e così è la fine della vita alla quale, però, non siamo più preparati e vogliamo esorcizzare, cancellare, dimenticare.
Ecco, certamente questo è stato il messaggio importante che questa esperienza mi ha rinforzato, mi occorre la consapevolezza dell’aldilà, in un’ottica di speranza e di fiducia nella Parola. Certo la paura c’è, la sofferenza spaventa, ma fa parte della nostra essenza, non possiamo sfuggirla, però è affrontabile, tutti i malati ce lo insegnano.
La nostra cultura occidentale, profondamente materialistica ci ha educati a non pensare alla morte, ci ha fatto credere nell’onnipotenza umana,ma tocca alla sociologia approfondire, o ad altre discipline, noi curiamo gli ammalati cercando, soprattutto, di essere preparati e di star loro vicini.

E concludo umilmente, se mi è concesso, dicendo che non dobbiamo dimenticare che la Vita, è una sola, va vissuta nel modo migliore… tutti noi abbiamo la possibilità di scegliere di stare vicino ad una persona in difficoltà, dedicare del nostro tempo per ascoltare un amico che attraversa un periodo difficile… non abbiamo bisogno di un Covid …lo possiamo fare sempre ..ogni lavoro anche il più semplice  può essere vissuto come missione..perché sempre motivo di incontro….”…dove uno o due sono riuniti nel mio nome , io sono in mezzo a loro…” Matteo 18,15-20

Spunti di riflessione

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