Lettera dei nostri parroci sulla celebrazione dell’Eucarestia

È dalla domenica prima delle Ceneri che non celebriamo assieme l’Eucaristia, e questo infiamma tanti animi, soprattutto dopo la scoperta di quel “No alle messe” pronunciato dal Governo per questa Fase 2. C’eravamo illusi e ora assistiamo all’ennesima frattura interna della chiesa: Vescovi che urlano alla privazione delle Libertà di Culto e Vescovi che richiamano pacatamente al buon senso, rilanciando la Carità come testimonianza preziosa; persone che accusano noi preti di essere poco coraggiosi e disobbedienti al Signore stesso e persone che ci accusano se osiamo recalcitrare per il desiderio di celebrare.

In questa confusione concitata, prendiamo in mano il Vangelo cercando lì un senso a questo tempo che stiamo faticosamente vivendo. I tre Vangeli Sinottici, Marco, Matteo e Luca, raccontano che nell’ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia, ovvero prendendo Pane e Vino li offre come Suo Corpo e Suo Sangue e chiede di perpetrare nel tempo quel gesto nel Suo nome (Mt 26; Mc 14; Lc 22). L’evangelista Giovanni invece raccontando di quell’ultima cena si sofferma su un altro particolare: Gesù, proprio mentre cenavano, si alza e inizia a lavare i piedi dei dodici, chiedendo loro di prendere esempio e di adottare la logica del servizio e non quella del dominio (Gv 13).

In un’unica e significativa sera Gesù istituisce l’Eucaristia e la Carità come espressioni massime d’Amore. Attorno a quella tavola c’erano tutti i discepoli, Giuda incluso: anche a lui Gesù consegna il Pane e il Vino e anche a lui lava i piedi, perché l’Amore va donato a dismisura, senza calcolo, gratuitamente.

Sì, come chiedono alcuni Vescovi, in questa Pandemia noi cristiani dobbiamo distinguerci per la Carità che raggiunge tutti, senza calcoli e senza distinzioni, consapevoli che l’Amore non è mai sprecato, anche quando sembra non sia considerato e compreso (Giuda con i piedi lavati, il gusto del Pane nel palato e le labbra dolci di Vino, tradisce il Maestro). Possiamo dire di essere testimoni di una disponibilità esagerata di tanti nostri giovani (e non solo), siamo testimoni dell’impegno delle nostre Caritas, in rete con servizi sociali e altre associazioni, siamo testimoni della generosità di tantissimi che donano con umiltà, e siamo testimoni infine dei gesti semplici come una telefonata e un incoraggiamento alle persone più fragili. Ma nella stessa sera in cui Gesù lava i piedi dona anche se stesso come forza e nutrimento per questa Carità smisurata. Se possiamo dare gratuitamente, con il sorriso e senza distinzioni è perché non stiamo muovendoci per uno spirito benevolo o una spinta entusiastica, ma stiamo ridonando un Amore che abbiamo sentito abitarci. Perché quel Corpo ricevuto (anche quando ci sentiamo Giuda) ci ricorda che Dio Amando cambia la storia, la nostra storia. Sintetizzò bene don Tonino Bello quando disse: «Non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose». La differenza tra fare il bene ed essere testimoni di Carità sta tutta qui: noi ridoniamo un Amore che ci supera e abbiamo fiducia andrà oltre ai confini della nostra volontà.

Concordiamo, non è questo il tempo di celebrare, il rischio di contagio è ancora troppo alto e sorridiamo di fronte a quel Vescovo che sbraita fiducia al clero e alla chiesa.. non ci sembra abbiamo dimostrato sempre tutto questo gran senso di responsabilità ahimè!? Ma crediamo che, poiché la nostra Carità si alimenta dall’Eucaristia, abbiamo bisogno di una prospettiva, anche lontana, e forse anche di criteri seri e scientifici. Come tanti che attendono di lavorare per il pane che sfama, anche noi abbiamo bisogno di ripartire per il Pane che ci unisce e motiva. Con pazienza e rispetto certo, quella pazienza e rispetto che forse non sono trapelati abbastanza in questi ultimi giorni, spinti da un desiderio che è anche necessità che solo chi ha vissuto l’Eucaristia può capire.

Nel frattempo potremmo chiederci insieme che messe vorremo celebrare: nella nostra Unità Pastorale prima della Pandemia, stavamo discutendo proprio sulla poca partecipazione a queste. Forse questo digiuno ci porterà ad una partecipazione diversa e sarà risposta a tante domande che ci stavamo ponendo. “L’attesa aumenta il desiderio” dicono.. e allora questo tempo sia di riflessione e conversione. Personalmente non siamo inclini a proporre messe in streaming: troviamo più sensata una preghiera tramite una piattaforma dove tutti ci vediamo e condividiamo, piuttosto di una messa dove ognuno resta “solo”. Possiamo pregare davanti all’Eucaristia tutte le domeniche mattina nelle nostre chiese attendendo di comunicarci insieme. Intanto, il peso del digiuno da Lui, ci faccia sentire vicini e solidali ai troppi a cui abbiamo proposto la Comunione Spirituale come unica strada di incontro con Lui, perché la loro condizione di vita (non sempre scelta e comunque frutto di dolorose ferite) non rientra nei sacri canoni della nostra chiesa. A noi 2 mesi sembrano una eternità, loro dovrebbero adattarsi a questa condizione per tutta la vita.

2 pensieri riguardo “Lettera dei nostri parroci sulla celebrazione dell’Eucarestia

  • 3 Maggio 2020 in 09:16
    Permalink

    Non posso far altro che ringraziare le modalità alternative dei nostri Don , per divulgare la parola.
    Le loro “porte aperte” hanno raggiunto tutti noi , certo la celebrazione domenicale manca , ma dobbiamo imparare a celebrare senza un luogo fisico ma con un luogo del cuore .
    Per essere luce non bisogna essere per forza un impianto elettrico a grande potenza basta essere fiammella che continua ad ardere per far la luce nei passi che ci troviamo avanti.
    Luce che accompagna i passi e puo durante la strada accogliere altri che hanno le loro fiammelle e diventare un’onda di luce , visibile a grande distanza.
    L’attesa aumenta il desiderio, si non c’è dubbio, ma facciamo che sia una buona attesa per riuscire a compiere al meglio il nostro desiderio.
    Aspettiamo a fare messa e progettiamo il prossimo incontro e riempiamo la chiesa non solo di corpi ma di anime assetate di luce.

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