Tratto dalla LETTERA PASTORALE del CARD. CARLO MARIA MARTINI alla DIOCESI DI MILANO (1980-1981)

Come aiutare noi ed altri a ravvivare nel nostro cuore la fiamma della preghiera, questa fiamma che Dio stesso accende ma che sta a noi alimentare in maniera giusta?

DUE PREMESSE FONDAMENTALI
1.      La prima, la ricavo dal Salmo 8: «O Signore nostro Dio, quanto e grande il tuo nome su tutta la terra! Sopra i cieli si innalza la tua magnificenza, con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» 
La preghiera è qualcosa di estremamente semplice, qualcosa che nasce dalla bocca e dal cuore del bambino. È la risposta immediata che ci sale dentro il cuore quando ci mettiamo di fronte alla verità dell’essere.
Questo può avvenire in molti modi, forse in modi diversi per ciascuno: per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l’ascolto di una musica che ci fa dimenticare un po’ le realtà immediate, che ci distacca per un momento da noi stessi.  Sono questi momenti di verità dell’essere, nei quali ci sentiamo un po’ come tratti fuori dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalla schiavitù delle cose che ci sollecitano continuamente; facciamo un respiro più largo del solito, sentiamo qualcosa che ci si muove dentro, e allora in questi momenti di grazia naturale, in questi momenti felici nei quali ci sentiamo pienamente noi stessi, è molto facile, quasi istintivo, che si elevi una preghiera:  “Mio Dio, ti ringrazio”, “Signore “, quanto sei grande!”
Ciascuno di noi, credo, può sperimentare nella propria vita qualcuno di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato ad esprimere questo riconoscimento di Dio, traendolo dal fondo del proprio essere; è la preghiera naturale, la preghiera dell’essere.
Ogni nostra preghiera, ogni nostra educazione alla preghiera parte da questo principio: l’uomo che vive a fondo l’autenticità delle proprie esperienze sente immediatamente, istintivamente, l’esigenza di esprimersi attraverso una preghiera di lode, di ringraziamento, di offerta.

2.      Oltre questa verità, che è la preghiera dell’essere, c’è un’altra situazione da tener presente: è la preghiera dell’essere cristiano. Essa non è semplicemente la risposta mia alla realtà dell’essere che mi circonda, o alla sensazione di autenticità che provo dentro di me, ma è lo Spirito che prega in me.
Il testo fondamentale cui dobbiamo riferirci è la Lettera ai Romani, seconda parte del capitolo 8: «Io Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili», lo Spirito, cioè, prega in noi.
Vanno dunque tenute presenti queste due verità: «con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza» (Sal 8, 3) e quindi la preghiera è una realtà semplicissima, che sgorga quando si sono messe le premesse giuste, quando la persona, anche il ragazzo, il bambino, l’adolescente si è posto davvero a suo agio di fronte alla realtà dell’essere, alla verità dell’essere, in situazioni particolarmente felici di distensione, di calma, di serenità. A questa verità ne segue però un’altra: non siamo noi come cristiani a pregare, è lo Spirito che prega in noi.
L’educazione alla preghiera consiste allora sia nel cercare di favorire quelle condizioni che mettono la persona in stato di autenticità, sia nel cercare dentro di noi la voce dello Spirito che prega, per dargli spazio, per dargli voce.
Senza questa premessa non c’è la preghiera cristiana: è lo Spirito dentro di noi che prega. E questa è la caratteristica propria, tipica della preghiera cristiana. Ricordo che uno dei più grandi esegeti di S.Giovanni, il padre Mollat, si domandava un giorno che cosa caratterizzasse la preghiera cristiana, a differenza delle preghiere di tutte le altre religioni, di tutte le preghiere naturali che l’uomo può fare.
La risposta che dava era quella del capitolo quarto del Vangelo dì Giovanni: «la preghiera in spirito e verità». Secondo il linguaggio giovanneo verità significa: Dio Padre che si rivela in Cristo.  Ecco qui il nocciolo di ciò che caratterizza la preghiera cristiana, di ciò che la distingue dalla preghiera, anche se altissima, di altre religioni. Possiamo imparare moltissimo dalle preghiere di tutte le religioni, possiamo ricavare tante cose su questa elevazione dell’uomo verso Dio, ma lo specifico della preghiera cristiana è invece dono diretto di Dio, che ci manda io Spirito, che ci dona di pregare nella verità, cioè nella rivelazione che il Padre fa di se stesso in Gesù.      
È ciò che la liturgia attua quando, a conclusione di ogni preghiera, pronuncia la formula «per Cristo nostro Signore, in unità con lo Spirito santo».  Questa è la preghiera a cui educare.
Non avremmo davvero educato alla preghiera se soltanto ci fossimo limitati a suscitare sentimenti di lode, di ammirazione, di riconoscenza, di domanda e se non avessimo inserito questa realtà nel ritmo dello Spirito che prega in noi.

UNITÀ PASTORALE ARCELLA
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